Tutti i partiti inglesi che aspirino a diventare forza di governo alle prossime elezioni generali hanno piena consapevolezza dell’importanza della crisi economica come problema da risolvere. L’obiettivo è convincere i cittadini di essere in possesso della formula migliore e meglio realizzabile. Per gli euroscettici questa ricetta non può essere altro che l’uscita dall’Unione Europea, membership che costa al sistema inglese 6.4 miliardi di sterline l’anno al netto dei rimborsi di cui ogni stato membro è beneficiario. Lo United Kingdom Independence Party, com’è noto, si propone di mantenere rapporti squisitamente economici con il continente e di rispolverare il ruolo britannico nel Commonwealth: la comunanza di lingua, ordinamenti giuridici e sistema democratico garantirebbe al Regno Unito di preservare la propria identità – minata, al contrario, da una integrazione europea che si fonda sul multiculturalismo – e di sedere in posizione privilegiata all’interno dell’organizzazione. La volontà è quella di riportare in auge la sesta nazione industrializzata del mondo, che ospita nella sua capitale il più grande centro finanziario in assoluto. Secondo il partito i costi della burocrazia dell’UE non si tradurrebbero equamente in termini di potere decisionale all’interno della stessa, dato che ai britannici è riservato solo il 9% della rappresentanza nell’ambito di un meccanismo che rende irrilevante le posizioni di una House of Commons eletta dalla volontà dei cittadini. Il ritiro dall’alleanza continentale garantirebbe anche maggior libertà in termini di tassazione: l’Europa è accusata di intromettersi negli affari interni al fine di finanziare un welfare sconsiderato di cui i britannici non si vogliono fare carico. Lo stesso partito, riprendendo un articolo del Daily Telegraph, ha denunciato il fenomeno delle donne straniere che tornano in patria per dare alla luce i loro figli a carico dello stato inglese, come abuso delle politiche di accoglienza imposte dall’Unione. La proposta domestica consiste in una semplificazione del sistema fiscale attraverso l’introduzione di una imposta non progressiva al 31% per i redditi superiori alle 11.500 sterline annue, che esonererebbe dal pagamento 4.5 milioni di lavoratori con salario minimo. Una misura di questo tipo ha sicuramente una grande eco in termini di propaganda, ma risulta a concreto beneficio della classe medio-alta degli occupati, che si vedrebbe liberata dalle imposte dirette che gravano in modo proporzionale sui guadagni denunciati. Anche per la materia delle pensioni l’idea è di introdurre una minima fissa e non progressiva rispetto ai contributi versati, di ammontare superiore a quello attualmente garantito. Mentre altri stati riservano alla spesa pensionistica privata una quota minima del loro PIL (il 5.8% per la Germania e il 5.6% per la Francia), il Regno Unito destina il 74%: il rischio è che la spirale dell’alleanza porti a mettere in secondo piano il problema previdenziale, offrendo ai lavoratori inglesi un trattamento che non meriterebbero. I lacci dell’Unione Europea penalizzerebbero anche il settore agroalimentare e della pesca, costretto a sottostare a direttive quantitative e qualitative eteroimposte. Il programma elettorale dello UKIP prevede di distribuire gli investimenti principalmente su tre settori: sanità, trasporti, forze armate. Rinunciare all’adesione significherebbe avere altri margini di risparmio da investire per potenziare i sistemi sanitari locali sotto il diretto controllo della popolazione. Di pari passo si garantirebbero incentivi per chi si volesse affidare ai servizi privati: è prevista la concessione di un voucher che “rimborsi” i cittadini che pagano i contributi assistenziali e che optano per strutture non statali. La politica dei trasporti prevede erogazioni per lo sviluppo della rete ferroviaria e dell’alta velocità, allo scopo di garantire un sistema efficiente a costi accessibili a tutti. La rete stradale verrebbe potenziata e resa più sicura e ulteriori risorse sarebbero reperite grazie all’introduzione di un Britdisc, un pedaggio a carico degli autotrasportatori stranieri che viaggiano sulle principali arterie britanniche. Il settore della difesa sarebbe invece potenziato destinando allo stesso l’1% aggiuntivo di PIL, per un totale del 40% in più di spesa annua. L’investimento riguarderebbe esercito territoriale, forze impegnate all’estero, Royal Navy e RAF e garantirebbe maggiori benefici per le famiglie dei militari in termini di salario, cure mediche e condizioni.
La ricetta dello UKIP si dimostra sempre più efficace e appetibile: convincere l’elettorato che rialzarsi da soli è tanto possibile quanto necessario.
Fonte: UKIP manifesto