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Uscire dall’Europa per uscire dalla crisi

13 aprile 2010

Tutti i partiti inglesi che aspirino a diventare forza di governo alle prossime elezioni generali hanno piena consapevolezza dell’importanza della crisi economica come problema da risolvere. L’obiettivo è convincere i cittadini di essere in possesso della formula migliore e meglio realizzabile. Per gli euroscettici questa ricetta non può essere altro che l’uscita dall’Unione Europea, membership che costa al sistema inglese 6.4 miliardi di sterline l’anno al netto dei rimborsi di cui ogni stato membro è beneficiario. Lo United Kingdom Independence Party, com’è noto, si propone di mantenere rapporti squisitamente economici con il continente e di rispolverare il ruolo britannico nel Commonwealth: la comunanza di lingua, ordinamenti giuridici e sistema democratico garantirebbe al Regno Unito di preservare la propria identità – minata, al contrario, da una integrazione europea che si fonda sul multiculturalismo – e di sedere in posizione privilegiata all’interno dell’organizzazione. La volontà è quella di riportare in auge la sesta nazione industrializzata del mondo, che ospita nella sua capitale il più grande centro finanziario in assoluto. Secondo il partito i costi della burocrazia dell’UE non si tradurrebbero equamente in termini di potere decisionale all’interno della stessa, dato che ai britannici è riservato solo il 9% della rappresentanza nell’ambito di un meccanismo che rende irrilevante le posizioni di una House of Commons eletta dalla volontà dei cittadini. Il ritiro dall’alleanza continentale garantirebbe anche maggior libertà in termini di tassazione: l’Europa è accusata di intromettersi negli affari interni al fine di finanziare un welfare sconsiderato di cui i britannici non si vogliono fare carico. Lo stesso partito, riprendendo un articolo del Daily Telegraph, ha denunciato il fenomeno delle donne straniere che tornano in patria per dare alla luce i loro figli a carico dello stato inglese, come abuso delle politiche di accoglienza imposte dall’Unione. La proposta domestica consiste in una semplificazione del sistema fiscale attraverso l’introduzione di una imposta non progressiva al 31% per i redditi superiori alle 11.500 sterline annue, che esonererebbe dal pagamento 4.5 milioni di lavoratori con salario minimo. Una misura di questo tipo ha sicuramente una grande eco in termini di propaganda, ma risulta a concreto beneficio della classe medio-alta degli occupati, che si vedrebbe liberata dalle imposte dirette che gravano in modo proporzionale sui guadagni denunciati. Anche per la materia delle pensioni l’idea è di introdurre una minima fissa e non progressiva rispetto ai contributi versati, di ammontare superiore a quello attualmente garantito. Mentre altri stati riservano alla spesa pensionistica privata una quota minima del loro PIL (il 5.8% per la Germania e il 5.6% per la Francia), il Regno Unito destina il 74%: il rischio è che la spirale dell’alleanza porti a mettere in secondo piano il problema previdenziale, offrendo ai lavoratori inglesi un trattamento che non meriterebbero. I lacci dell’Unione Europea penalizzerebbero anche il settore agroalimentare e della pesca, costretto a sottostare a direttive quantitative e qualitative eteroimposte. Il programma elettorale dello UKIP prevede di distribuire gli investimenti principalmente su tre settori: sanità, trasporti, forze armate. Rinunciare all’adesione significherebbe avere altri margini di risparmio da investire per potenziare i sistemi sanitari locali sotto il diretto controllo della popolazione. Di pari passo si garantirebbero incentivi per chi si volesse affidare ai servizi privati: è prevista la concessione di un voucher che “rimborsi” i cittadini che pagano i contributi assistenziali e che optano per strutture non statali. La politica dei trasporti prevede erogazioni per lo sviluppo della rete ferroviaria e dell’alta velocità, allo scopo di garantire un sistema efficiente a costi accessibili a tutti. La rete stradale verrebbe potenziata e resa più sicura e ulteriori risorse sarebbero reperite grazie all’introduzione di un Britdisc, un pedaggio a carico degli autotrasportatori stranieri che viaggiano sulle principali arterie britanniche. Il settore della difesa sarebbe invece potenziato destinando allo stesso l’1% aggiuntivo di PIL, per un totale del 40% in più di spesa annua. L’investimento riguarderebbe esercito territoriale, forze impegnate all’estero, Royal Navy e RAF e garantirebbe maggiori benefici per le famiglie dei militari in termini di salario, cure mediche e condizioni.

La ricetta dello UKIP si dimostra sempre più efficace e appetibile: convincere l’elettorato che rialzarsi da soli è tanto possibile quanto necessario.

Fonte: UKIP manifesto

Le differenti visioni della stampa italiana sulle elezioni inglesi; per la Repubblica Brown può ancora giocarsi le sue carte, mentre per il sole 24 ore i Tories sono in netto vantaggio.

11 aprile 2010

Manca meno di un mese alle elzioni generali inglesi e, da qualche giorno, anche i media italiani si interessano a ciò che accade oltremanica. Su La Repubblica (edizione cartacea, pag 33) del 10 aprile, compare un interessante articolo di Timothy Garton Ash dal titolo Perchè i tories non parlano di Europa. L’articolo si focalizza sulle infondate paure dei Tories e dell’elettorato conservatore nei confronti delle istituzioni europee. Che i britannici in generale non vedano di buon occhio quel che accade sul continente è dimostrato, da ultimo, dalle recenti affermazioni di partiti nazionalisti ed indipendentisti, come ad esempio il BNP e lo UKIP, i quali hanno ottenuto degli ottimi risultati alle elezioni europee dello scorso anno. Tuttavia, in questo particolare momento di crisi, le istituzioni comunitarie si stanno rivelando fondamentali, e sicuramente il tema Europa avrà notevole importanza in questo ultimo stralcio di campagna elettorale, tanto che Ash sostiene che i conservatori stiano facendo il doppio gioco per ottenere consensi in campagna elettorale:

“il ministro degli esteri ombra conservatore William Hague […] non ammette il calcolo elettorale, ma è palese. Parlare dell’Europa è l’ultima cosa che i conservatori vogliono fare in questa elezione, è già costato voti in passato.”

I laburisti invece, proprio a causa di queste ambivalenze conservatrici su un tema così importante, vogliono parlare di Europa ed infatti,

“il laburista David Milliband […] critica i Tories per essersi alleati al parlamento europeo con «gente con cui non avrebbero nulla a che spartire in Gran Bretagna».”

In sintesi dunque, il pensiero di Ash si concentra su quella che dovebbe essere la issue principale su cui i laburisti dovrebbero concentrarsi in questa ultima fase della campagna elettorale per recuperare consensi, aggredendo la politica euroscettica dei conservatori.

Di parere opposto, l’analisi che compare oggi sul il sole 24 ore, edizione on line – 11 aprile, in cui Leonardo Maisano assegna a Cameron il primo round di questa campagna elettorale lampo, in attesa del primo confronto televisivo, previsto per il 15 aprile. Maisano sostiene che i conservatori si stiano muovendo meglio dei laburisti, soprattutto sul tema delle riforme fiscali, altro tema centrale in periodo di crisi, che invece stanno facendo autogol proponendo innalzamento delle imposte per la high class, mossa certamente autolesionista a meno di un mese dalle consultazioni.

Tuttavia, sempre per Maisano, è difficile parlare di vita facile per conservatori; infatti questi, pur vincendo le elezioni avranno vita dura in un parlamento piuttosto equilibrato (anche se non “strozzato” come nel caso, sempre meno probabile di Hung Parliament)

“Si calcola che per garantire una vittoria tranquilla all’opposizione il margine dei Tory debba essere attorno al 10% e che si debba concentrare nei cosiddetti seggi marginali dove il gap fra i due maggiori partiti è strettissimo. A parere di Peter Kellner dell’istituto di ricerca YouGov che per primo, a fine marzo, aveva indicato il ritorno laburista, l’andamento di questa settimana, lascia prevedere una vittoria dei conservatori con un margine risicatissimo, ma sufficiente per governare. La pensano così anche Icm, Populus, ComRes. Ipsos Mori crede invece che la vittoria dei Tory non sarà sufficiente per consentire a Cameron di guidare l’esecutivo da solo.”

Al di là della differente “partigianeria” di queste due testate, ciò che di significativo emerge è che le prossime settimane di campagna e soprattutto i tre dibattiti televisivi, giocheranno un ruolo fondamentale nell’orientare le scelte dell’elettorato anglosassone.

Gli euroscettici ripartono da Bruxelles: lo UKIP lancia la sua campagna per le elezioni generali

7 aprile 2010

Le ultime elezioni europee nel Regno Unito hanno registrato il successo dello UKIP, lo United Kingdom Independence Party, che con il 16,5% dei consensi e 12 seggi vinti ha ottenuto il secondo posto dietro ai conservatori di David Cameron. Nato come single-issue party per il ritiro del paese dall’Unione Europea, il suo programma per le prossime elezioni generali vanta tematiche tanto varie quanto radicali. In prima istanza il partito ripropone l’originario rifiuto della membership continentale, accusata di usurpare risorse economiche e sovranità a Londra e di favorire l’immigrazione incondizionata. Ad essa sarebbe preferibile una partnership economica che ripristinasse lo status di superpotenza del Regno Unito nel WTO e nel Commonwealth e mettesse fine all’ingerenza europea nella legislazione interna. A seguire la stessa questione immigrazione: posizioni apertamente antislamiste e legislazione fortemente restrittiva delle entrate. Non è un caso che il fondatore del Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, Geert Wilders, sia stato invitato dal leader dello UK Independence Party, Lord Pearson of Rannoch, a Westminster per la proiezione del suo cortometraggio Fitna, già bandito dalle reti televisive olandesi. Il documentario sostiene che l’Islam incoraggerebbe atti di terrorismo, antisemitismo, violenza contro le donne e omofobia. In un primo momento il governo ha proibito al politico di approdare sul suolo britannico per motivi di sicurezza, poi ha acconsentito predisponendo tutte le misure cautelative del caso. Il programma dello UKIP, inoltre, lancia l’obiettivo Restoring britishness: rifiuto del multiculturalismo a favore di un’unica cultura inglese che accolga quanti desiderino farla propria, primato delle unità di misura nazionali (la pinta, il miglio) su quelle universali e divieto di indossare il burqa ed il velo negli edifici pubblici ed in alcuni edifici privati. Le tematiche ambientali si focalizzano sull’energia nucleare, settore da rivalutare per garantire alla nazione di poter soddisfare autonomamente la metà del suo fabbisogno energetico. È forte lo scetticismo rispetto alle responsabilità dell’attività umana per il surriscaldamento globale: per Lord Pearson, infatti, si tratterebbe solo di una fase temporanea e sarebbe azzardato e improduttivo investire tanto per contrastarla. Per lo stesso motivo si dovrebbe vietare alle scuole di fare uso della propaganda ambientalista, impedendo la proiezione di documentari del genere di ‘An Inconvenient Truth’, che schiera in prima linea l’ex vicepresidente statunitense Al Gore per la sensibilizzazione rispetto ai cambiamenti climatici. Tra gli scopi anche il rafforzamento dell’alleanza NATO, ingenti investimenti a favore delle forze armate e la difesa del deterrente nucleare. Detassazione, lotta alla burocratizzazione selvaggia e ai privilegi di casta e incentivi alla scelta della scuola privata coronano un pacchetto di proposte di cui il partito, che vanta due soli seggi nella House of Lords, si fa portavoce.

Quale la strategia dello UKIP? Democrazia diretta e tutela dei taxpayers. Il leit motiv del programma sono le counties, le contee vecchio stile, che sostituiscano gli enti regionali e lo stato nell’amministrazione delle unità territoriali in tema di sanità, sicurezza, istruzione e pianificazione urbanistica attraverso una serie di consigli direttamente eletti dalla cittadinanza. Allo stesso modo l’introduzione dell’istituto del referendum sul modello svizzero costituirebbe l’arma per difendersi dalla sotto-rappresentanza imposta dal monopolio degli schieramenti tradizionali. I politici inglesi, alla stregua dei colleghi europei, sono accusati di mettere le mani nelle tasche dei cittadini per tutelare i propri interessi: lo UKIP si propone di far piazza pulita della burocrazia in eccesso e di ridimensionare l’establishment politico perché persegua il bene della nazione.

Il partito, fondato nel 1993, continua ad ingrossare le sue fila grazie alla defezione dei membri di altri schieramenti (soprattutto del partito conservatore) ed ha quindi la necessità di costruirsi un’immagine che catalizzi le diverse correnti politiche che naturalmente lo vanno a comporre. La scelta di tematiche radicali, si potrebbero definire posizionali in quanto danno origine ad una contrapposizione netta tra le parti e tra l’elettorato, è da un lato la calamita universale per cittadini e parlamentari di diverse affiliazioni partitiche, dall’altro la bussola che indica senza tentennamenti il cammino da seguire. Non sono ammesse istanze intermedie o cambi di percorso: i messaggi dello UKIP lasciano poco spazio alle interpretazioni ed alle riserve individuali e mirano ad assicurare coesione interna e a creare un’ideologia di riferimento per l’elettorato. Straight talking è il motto della campagna: gli argomenti sono chiari e spiegati con la semplicità di chi racconta una storia vera ad un bambino che la conosce già. Agli elettori non è chiesto grande sforzo cognitivo: la loro attenzione viene catturata da tematiche per cui nessuno può evitare di schierarsi e che coinvolgono la vita nazionale come quella quotidiana. Parliamoci francamente, mettiamo a nudo i problemi della nazione, riformiamo un sistema in declino e riprendiamoci i nostri soldi: questa è la politica dello UKIP.

L’insuccesso del partito alle consultazioni nazionali e la costante crescita che afferma in occasione delle europee si dimostra un dato ricco di possibilità interpretative. Innanzitutto il sistema plurality che tanto calza al modello Westminster sembra fallire il suo compito di rappresentanza perché esclude istanze nazionali che non hanno altra possibilità di emergere se non con il sistema proporzionale in vigore per le europee. In seconda battuta la tradizionale omogeneità culturale britannica, che avrebbe fondato e messo al riparo il modello inglese dai vizi del continente, accusa il contagio delle stesse istanze sociali e particolari già diffuse in tutta Europa, che chiedono la parola attraverso le nuove formazioni. In ultimo la credibilità degli esecutivi oltremanica sembrerebbe accusare i colpi dello expenses scandal e il declino del bipartitismo consensuale del dopoguerra, con l’incalzare dell’ipotesi di Hung Parliament e l’emergere di partiti sempre più piccoli e sempre più vicini ai cittadini.

Che sia questo l’inizio di una trasformazione della madre delle democrazie?


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