Un futuro giusto per tutti con la promessa di un cambiamento in coerenza con ciò che il governo laburista ha prodotto finora, è questo il tema che il Primo Ministro in carica spiega davanti ad una gremita platea alla Warwick University il 20 Febbraio scorso, aprendo così la campagna elettorale che vedrà un confronto diretto con i Conservatori di Cameron il 6 maggio prossimo.
Sicuro di sé, formale e incisivo, Brown si accattiva il pubblico con battute di spirito e soprattutto con un discorso che va a toccare tutti i punti programmatici che nei prossimi mesi i Labour dovranno declinare per far fronte alla minaccia conservatrice. Proprio per smentire le accuse di David Cameron sulla staticità del governo, Mr. Gordon punta moltissimo sul cambiamento che una sua rielezione porterebbe al Paese: “the change we see – the change we choose”. Si parla dunque del cambiamento che i laburisti hanno portato con la loro storica elezione nel 1997, la costruzione di nuove scuole, ospedali, l’attuazione delle riforme e la costruzione di un welfare state, ma soprattutto un cambiamento che la Gran Bretagna ha scelto di fare quella volta e che, si spera, confermerà alle prossime elezioni.
Sì, perché secondo Brown, solo il partito laburista è in grado di risollevare il Paese dalla crisi economica. La via da percorrere sarà difficile, ma il Primo Ministro non sembra aver dubbi sul fatto che solo attraverso un grande lavoro di squadra che garantisca i diritti dei tanti e non dei pochi, si possa arrivare a un futuro veramente fair e for all.
Forte della sua pluriennale esperienza come Ministro dell’Economia, riesce ad assicurarsi questa issue ownership discreditando le promesse lanciate dai Conservatori, invitando a rivalutare le proposte dei Labour e a prendere le distanze dagli altri -“Take a second look at us and take a long hard look at them”. Questo perché, innanzitutto la ricetta conservatrice contro la crisi sarà farcita di tagli e di licenziamenti ma soprattutto, anche se hanno cercato di cambiare il loro aspetto, sono sempre gli stessi di 13 anni fa, e dunque “How can they be the party of change, when they haven’t even changed themselves?”.
La strategia di Brown appare dunque chiara ma complessa da mettere in pratica: da un lato cerca di mettere in mostra un bilancio di governo positivo poiché è l’incumbent di questa campagna (e 13 anni di Labour non possono essere nascosti), ma dall’altro lato cerca di proporsi come novità e cambiamento per smarcarsi dagli errori che il governo Blair ha commesso negli anni precedenti e quindi per proporsi come nuova e stabile alternativa in piena competizione contro il suo giovane e inesperto sfidante.
Un incumbent dimezzato, direbbero gli esperti di comunicazione politica, che ricorda Al Gore nelle elezioni in America del 2000, quando non riuscì a battere George Bush poiché non fu in grado di far passare un messaggio di cambiamento e contemporaneamente di continuità con l’amministrazione precedente.
Gordon Brown conclude parlando in prima persona della propria esperienza. Sa di non essere perfetto ma sa da dove viene: lui, come tante altre famiglie, appartiene alla mainstream inglese e non all’élite, e crede nella ricetta laburista della cosiddetta “terza via” cioè quella per cui il mercato capitalistico rimane in funzione dell’infrastruttura pubblica, e non il contrario. Consapevole di essere in svantaggio nei sondaggi e sapendo che sarà dura la rimonta, invita a non perdere la speranza e, facendo appello alla nazione, termina dicendo che un futuro più giusto è possibile e sta solo a noi costruirlo.
Francesca Rossi, Ilaria Nardone
