Tra i due litiganti…

18 aprile 2010 by

A certificazione della convincente prova di Nick Clegg nel primo dibattito televisivo ci sono già i primi numeri: all’indomani del primo confronto infatti, i sondaggi sembrano impazziti. Nel giro di due giorni, 16 e 17  aprile, il sito Uk Polling Report pubblica 4 sondaggi (due di YouGov/Sun, uno di BPIX/Mail on Sunday e un altro commissionato da ComRes/Ind on Sun/S. Mirror) che vanno decisamente in controtendenza rispetto al precedente andamento delle intenzioni di voto.

  date Con Lab LDem Con Lead
YouGov/Sunday Times 17/4 33 30 29 3
BPIX/Mail on Sunday 17/4 31 28 32 -1
ComRes/Ind on Sun/S. Mirror 17/4 31 27 29 2
YouGov/Sun 16/4 33 28 30 3

Tutte e quattro le rilevazioni segnano un testa a testa tra le tre formazioni e, addirittura, ComRes/Ind on Sun/S. Mirror segnala un vantaggio liberaldemocratico. Ovviamente su queste rilevazioni, immediatamente successive il primo, storico, dibattito televisivo, ha influito notevolmente l’ottima performance di Clegg, costruita su una strategia comunicativa estremamente efficace. Nonostante, a livello ufficiale, la campagna elettorale per le elezioni generali del 2010 sia iniziata da poche settimane, in realtà lo scontro Brown – Cameron va avanti da parecchi mesi e, fino a pochi giorni fa, Clegg era da tutti considerato un outsider, una preda per i due partiti maggiori alla disperata ricerca di voti e seggi da strappare ai liberaldemocratici per ottenere la maggioranza necessaria a governare. Mentre Brown e Cameron sono arrivati all’appuntamento tv stanchi, già logori da mesi di campagna elettorale, il leader liberaldemocratico è apparso come la vera novità del palcoscenico politico britannico. Egli infatti è sembrato più giovane, più fresco, promotore di un’alternativa politica vera e credibile. Cameron e Brown hanno giocato su posizioni assai prevedibili e lo stesso Clegg ha più volte rimarcato, nel corso del dibattito, come i due fossero in realtà la stessa cosa. Inoltre, mentre i due erano impegnati in vari battibecchi e lunghe discussioni, Clegg è apparso disinvolto e a totale agio di fronte alle telecamere, riuscendo a colpire per il suo linguaggio che, a differenza di quelli complessi dei leader dei conservatori e dei laburisti, era strutturato in slogan e frasi semplici ed efficaci. Il leader moderato, non è mai apparso innervosito, alterato e non ha mai nemmeno alzato la voce o sovrastato l’avversario, dando in questo modo un’immagine decisa e rassicurante.

A questo punto la partita è davvero apertissima. Se le cifre sono, più o meno, quelle dei sondaggi, ogni previsione ha margini di errore amplissimi. Con tre partiti, tutti più o meno al 30% fare qualsiasi tipo di calcolo è assolutamente privo di senso. Tuttavia va segnalato che quello che viene recuperato dai liberaldemocratici corrisponde a ciò che i conservatori perdono, mentre i laburisti sono grossomodo stabili. Se i prossimi dibattiti televisivi e lo sviluppo finale della campagna elettorale continueranno a segnare questo exploit di Clegg, ogni scenario assume una certa credibilità: ogni formazione è legittimamente accreditata di vittoria (molto realisticamente in termini relativi) e l’ipotesi di Hung Parliament torna di attualità.

Se questo dovesse essere lo scenario, tutti si concentreranno a convincere gli indecisi e gli astenuti, nella speranza di recuperare quei pochi punti percentuali che consentirebbero il diritto a formare un governo.

Tuttavia, l’operazione di persuasione degli indecisi, non è certamente una delle operazioni più facili, dato anche l’esiguo tempo ancora a disposizione prime delle elezioni. Inoltre, come ha recentemente scritto Ilvo Diamanti su la Repubblica, gli indecisi e gli astenuti non formano un blocco monolitico di elettorato, ma le ragioni che spingono al non voto sono molteplici:

 “Tuttavia, è difficile ricondurre quelli che non votano ad «un» partito, visto che sommano componenti molto diverse e contrastanti. Vi si incontrano: (a) quelli che non votano per forza maggiore; (b) le persone marginali – apatiche e disinteressate; (c) quelli che esprimono protesta contro il sistema; (d) quelli che non si sentono rappresentati; (e) quelli che al contrario, si fidano, chiunque vinca; (f) quelli convinti che il loro voto non conti; (g) quelli che, invece, intendono usare il voto come «ammonimento» ai partiti – soprattutto di governo.”

Detto questo si evince che la massa di indecisi o non votanti sia decisamente eterogenea, ed ogni strategia elettorale va in direzione di alcuni e in direzione contraria rispetto ad altri. Conquistare in blocco l’area degli indecisi è pressoché impossibile e perciò è lecito aspettarsi che laburisti, conservatori e liberaldemocratici proporranno tre differenti ricette per accaparrarsi quanti più voti indecisi da qui al 6 maggio.

Quel che è certo è che ormai nulla è più prevedibile in questa campagna elettorale e che, all’indomani delle elezioni, qualsiasi dovesse essere il responso delle urne, si tratterà di una giornata storica; infatti ogni scenario avrebbe dell’incredibile: se a vincere dovesse essere Cameron i Tory tornerebbero al governo dopo 13 anni di New Labour, se a prevalere fosse Brown saremmo di fronte ad una incredibile rimonta, se vincesse Clegg i liberaldemocratici tornerebbero a vincere le elezioni dai tempi di David Lloyd George (1916 – 1922), mentre il caso di Hung Parliament sarebbe il secondo della storia (il primo e unico nel 1974).

And the winner is….

16 aprile 2010 by

Ieri sera si è svolto il primo dibattito televisivo tra i candidati al posto di Primo Ministro nella storia della Gran Bretagna. E questa mattina sondaggi, esperti e stampa sono tutti concordi nel proclamare la vittoria di Nick Clegg. La stampa britannica ed internazionale, infatti, questa mattina, all’unanimità ha affrontato l’argomento concorde nell’inneggiare alla vittoria del leader Lib-Dems, che soprattutto vince nello stile più che nei contenuti, riuscendo a mantenere calma e fair play durante tutta la durata del dibattito. Stando ad un songaggio del Times, addirittura il 61% degli intervistati attribuisce la vittoria a Clegg, andando a delineare maggiormente questa vittoria.

A conferma del vecchio detto popolare “tra i due litiganti, il terzo gode”, Nick Clegg si è abilmente inserito tra i “battibecchi” tra Cameron e Brown. Se, infatti, da un lato Brown ha cercato di sottolineare i risultati del governo laburista, e Cameron invece ne ha rimarcato le mancanze, Clegg ha approfittato del tempo a sua disposizione  per rappresentare i due leader avversari come rappresentanti dello stesso partito: cioè la vecchia politica. Clegg è, infatti, ripetutamente intervenuto per sottolineare l’inconsistenza delle argomentazioni presentati dagli avversari, più preoccupati dal confronto con l’altro che dal confronto con il pubblico.

Immigrazione, tasse, sicurezza, economia, sanità, istruzione: questi i temi che sono stati al centro del dibattito. Nel confronto diretto su queste tematiche Brown non si fa cogliere impreparato e dimostra una competenza che Cameron non sembra possedere. Anche per questo i sondaggi di oggi riconoscono la vittoria di Brown su Cameron, anche se il primo ministro deve accontentarsi di un secondo posto. Ai tre leader va inoltre riconosciuto il merito di essere riusciti, tutto sommato, nell’arduo compito di rendere interessante un dibattito estremamente vincolato da regole di ogni tipo.

Anche il tipico dibattito,  sul look, sembra essere vinto dal leader Lib-Dems. Infatti, anche il ministro dell’interno Alan Johnson ha ammesso che seppur il premier abbia vinto nei contenuti, in “stile ha vinto Clegg”. Per gli appassionati della materia occore sottolineare il colore delle cravatte: gialla per Clegg, azzurra per Cameron, rosa per Brown.

Ora bisognerà attendere il 22, quando il secondo dibattito ci rivelerà se l’outsider è veramente tale o se, ormai, è un vero leader.

“Noi possiamo: noi vogliamo” . Parola di Nick Clegg

16 aprile 2010 by

Mercoledì 14 aprile Nick Clegg ha presentato ufficialmente il manifesto dei Lib Dems, ovvero il programma di governo che questi si propongono di realizzare nel caso in cui la maggioranza degli elettori britannici decidessero di concedere loro la propria fiducia per guidare il nuovo governo britannico. La parola d’ordine del programma dei Lib Dems è, senza dubbio, fairness («giustizia»), considerata dal loro leader come l’elemento fondamentale per il rilancio della Gran Bretagna, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale. E per giustizia Clegg intende equità, merito, spesa responsabile e diritti civili, ovvero quattro pilastri irrinunciabili che costituiscono i quattro steps della piattaforma programmatica liberaldemocratica.
Innanzitutto, dunque, la riforma del sistema fiscale volta a garantire un sistema di tassazione del reddito più giusto per tutta la popolazione, con abolizione della fiscalità per redditi sotto le 10.000 sterline. A trarne beneficio saranno, secondo le stime del dipartimento economico del partito, quasi 4 milioni di cittadini britannici. Lo slogan di questo progetto è «More money into your pockets».
Il secondo step del programma prevede «a fair chance for every child», ovvero un piano di implementazione degli investimenti nel settore della scuola, cui far seguire una riduzione del numero degli studenti per classe per garantire loro una formazione personalizzata one to one, garantendo anche un innalzamento del suo livello qualitativo. Sarà dunque possibile, secondo i progetti dei Lib Dems, svincolare le possibilità di istruzione dei giovani dalle loro capacità economiche, realizzando uno dei capisaldi della politica economica del Welfare State.
Una «economia più giusta» costituisce il terzo punto della proposta presentata l’altro ieri da Clegg. È un piano che prevede una azione mirata del governo volta a garantire, da un lato, un maggiore sostegno delle banche alle imprese, attraverso una facilitazione nella concessione di prestiti, dall’altro a tutelare anche i singoli cittadini (soprattutto quelli disoccupati), che non resteranno più di 90 giorni senza lavoro, perché dopo tale periodo sarà loro garantita l’immissione nel mondo del lavoro.
Il quarto, e ultimo step, del programma di governo dei Liberaldemocratici è costituito dallo slogan «cleaning up politics». L’intento è quello di restituire credibilità alla politica, di permettere ai cittadini britannici di «[…] guardare al nostro Parlamento con orgoglio» («[…]to look at our Parliament with pride»),impedendo che siano compiuti atti illeciti da parte dei propri rappresentanti in Parlamento, che dovrebbero costituire l’esempio per tutti i cittadini, e assicurando un’azione di governo “trasparente” sotto ogni punto di vista.

È questo, dunque, il programma con cui Clegg chiede il voto degli elettori britannici il 6 maggio prossimo. Un programma in cui è l’economia a recitare un ruolo di primo piano. Come ha affermato il candidato Cancelliere dello Scacchiere per i Lib Dems, Vince Cable, «the economy was the “elephant in the room” of the election campaign», sottolineando come il tema della crisi economica abbia dominato quasi interamente lo spazio della campagna elettorale. E questo, Nick Clegg, lo ha capito sin dall’inizio, concentrando gran parte dei propri sforzi su questo tema, potendo contare su un valido collaboratore come Cable, definito da più parti come il best Chancellor. Il rimedio proposto dal tandem liberaldemocratico si basa sul taglio dei benefit per i redditi più alti, tagliando la spesa improduttiva e congelando per un anno gli stipendi dei dipendenti pubblici. Certamente il punto di forza della politica economica dei Lib Dems risiede nel progetto di riforma del sistema bancario, il cui scopo, secondo Cable, è quello di «[…] evitare che la sconsideratezza di alcuni banchieri possa tenere i contribuenti in ostaggio per ottenere da loro il pagamento di un riscatto». Quello dei Liberaldemocratici è, dunque, un piano di governo concreto e non una semplice wishful list. È un progetto realistico di rilancio che Clegg ha impostato imparando dagli errori commessi dai governi precedenti, criticando apertamente tanto i Labours quanto i Conservatives.

In questa “terza via” i Lib Dems cercano di aprirsi un varco, di trovare uno spazio concreto per porsi come autorevole voce rispetto ai due partiti avversari. Il giornalista del Guardian, John Kampfner, ha commentato il programma elettorale dei Lib Dems affermando che «[…]queste proposte fiscali sono di gran lunga le più ambiziose e redistributive di qualunque altro partito. Rafforzano il “fascino” dei Lib Dems per l’esercito degli elettori di centrosinistra delusi da un partito Laburista “guerrafondaio” e inefficace nella sua politica nei confronti delle banche […]». Dunque un atto di endorsement importante da parte di un intellettuale che in passato è stato legato ai Labours, essendo stato, tra l’altro, autore di alcuni libri sul partito di Brown, tra cui la biografia dell’ex Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth, Robin Cook, dimessosi nel 2003 dal suo incarico per dissensi sulla politica estera del governo di Tony Blair.

Dunque, il programma lanciato nella Convention di mercoledì, sembra aver riscosso buoni consensi da più parti, anche tra coloro che storicamente non si definiscono elettori del partito liberaldemocratico. È proprio a questi che Clegg ha inteso rivolgersi quando, chiudendo il suo discorso programmatico, ha affermato:

«Se questo è ciò che volete, votate per noi.
Se non avete mai votato Liberal Democrats e avete pensato:
loro hanno delle idee giuste, ma possono essere in grado di compierle?
Questo manifesto è la vostra risposta.
Noi possiamo farlo: noi vogliamo farlo».

Clegg, dunque, chiede la fiducia di quanti credono sia possibile un reale cambiamento, per rilanciare una Nazione uscita, come ogni altro Paese europeo, con le “ossa rotte” dalla grave crisi economica dello scorso anno. Secondo il politico di Chalfont St Giles questo è possibile, e per riuscirci in cambio chiede agli elettori del Regno la loro fiducia e il loro voto. Perchè, come ha detto lui, «we can: we will». Semplicemente.

Oggi il primo dibattito televisivo della storia UK. Cosa cambierà?

15 aprile 2010 by

La locandina con cui SkyNews sta presentando il dibattito

Oggi, alle 20.30 locali, sulla rete commerciale ITV1, in diretta da Manchester e moderato da Alastair Stewart, andrà in onda il primo dibattito presidenziale televisivo della storia del Regno Unito. È un evento storico ma anche il primo dei tre dibattiti concordati tra i candidati alla presidenza dei tre principali partiti d’Oltremanica: il premier laburista Gordon Brown, il leader dei conservatori David Cameron e quello dei liberal-democratici, Nick Clegg. I due confronti successivi andranno in onda il 22 aprile su SkyNews e il 29 su BBC1. Gli opinionisti britannici non sembrano tuttavia eccessivamente attratti dall’evento ed anzi ne sono quasi infastiditi. All’immediata vigilia, sembra essere sostanzialmente una sola la domanda che impensierisce gli editorialisti di principali quotidiani e televisioni: i dibattiti avranno un qualche tipo di effetto sull’esito delle elezioni? Secondo la commentatrice politica di BBC News, Reeta Chakrabarti, gli effetti di una così importante novità nella campagna elettorale provocheranno conseguenze imprevedibili e di gran lunga più durevoli di un possibile spostamento di preferenze alle elezioni del 6 maggio prossimo. La giornalista osserva, a tal proposito, che sull’impatto del primo dibattito televisivo americano, quello tra Kennedy e Nixon nel 1960, si discute ancora oggi.

Considerata la portata di questa novità, ci si sarebbe aspettata una maggiore attenzione da parte dei quotidiani anglosassoni, i quali hanno invece dimostrato un interesse abbastanza scialbo. I commentatori politici dei vari Times, Guardian, Independent, sembrano preoccuparsi principalmente del fatto che i dibattiti potrebbero sviare l’interesse dei cittadini dalle tradizionali abitudini della campagna elettorale, spingendoli così a valutare unicamente le qualità carismatiche dei leader e non i programmi politici, nonché spingere i candidati a dedicare eccessive attenzioni ai confronti televisivi, magari sottraendo tempi e spazi alla campagna sul territorio. Hadley Freeman, sul Guardian del 14 aprile, si preoccupa essenzialmente di quanto noiosi potranno essere questi dibattiti, con uomini di mezz’età che si azzufferanno per propagandare i propri, già tediosi, manifestos. Che il dibattito possa essere acceso e combattuto come quelli americani è, infatti, altamente improbabile. Sono state stabilite ben 76 regole da rispettare rigidamente durante i confronti e poi non è un mistero che la discussione politica del Regno Unito è storicamente più bolsa di quella statunitense. Il fatto che non ci sia mai stato un dibattito televisivo prima d’ora non è quindi un caso. L’unico tentativo di mettere in piedi un confronto mediatico tra candidati leader fu’ nel 1997, quando Tony Blair aveva tutto l’interesse nel poter esporre al grande pubblico televisivo la sua idea, poi rivelatasi vincente, di New Labour. Lo sfidante, il primo ministro uscente John Mayor, dopo una timida iniziale disponibilità si tirò indietro e i partiti si accusarono reciprocamente di non voler stare ai patti convenuti, finendo così per boicottare il dibattito.

Se in quest’occasione si è giunti a un accordo, tra addirittura i tre principali partiti, è perché, come nota ancora Chakrabarti, vi è una straordinaria convergenza d’interessi affinché il dibattito ci sia. David Cameron è considerato avanti nei sondaggi, il che solitamente rappresenta per i candidati una discriminante alla possibilità di mettersi in gioco in un dibattito, in cui ci sarebbe tutto da perdere, ma il candidato conservatore ha la caparbietà di voler dimostrare agli elettori le proprie capacità di leader e presentarsi ai cittadini come “il nuovo che avanza”, opposto alle solite facce laburiste. Gordon Brown non ha invece nulla da perdere, deve sperare in una rimonta miracolosa per ribaltare i pronostici che lo danno nettamente sconfitto e quindi confida nella forza di un’innovazione, com’è un dibattito televisivo, per convincere gli elettori che lui e il partito laburista restano comunque più competenti e affidabili dei Tories. Nick Clegg è, d’altro canto, il più soddisfatto di tutti: mai un candidato dei Lib-Dem ha avuto un’opportunità così grossa di presentarsi ai cittadini sullo stesso piano dei candidati dei due partiti maggiori. Considerando che si tratta di una prima volta per tutti, Clegg è quello che ha più da guadagnare, perché, perlomeno televisivamente, partirà alla pari con i suoi rivali.

I giornali di oggi sono ovviamente colonizzati dai retroscena sui preparativi ai dibattiti, ma finora non era mai stata data loro troppa rilevanza. O meglio, se n’è parlato spesso, ma più in termini di elemento di disturbo ai classici canoni della campagna elettorale britannica che come innovazione in grado di scombussolare l’andamento della stessa. Le televisioni che trasmetteranno i dibattiti si comportano invece in maniera marcatamente differente tra di loro. ITV, che sulla propria rete ammiraglia trasmetterà il primo dibattito di stasera, ha iniziato a pubblicizzarlo solamente oggi. Perlomeno sul suo sito Internet. Inoltre sarà impossibile accedere alla diretta streaming per chi è residente fuori dal Regno Unito, un grosso limite, apparentemente inspiegabile. Fino a ieri vi era un’unica pagina dedicata all’evento, non facile da rintracciare, con poche informazioni e la sola possibilità di inviare domande via e-mail, che poi dovrebbero essere selezionate e poste ai candidati. Un servizio offerto anche da Sky e Bbc. La rete di proprietà di Murdoch dedica invece parecchie attenzioni al dibattito, presentato quasi come un incontro di wrestling tra i tre sfidanti. Sul sito c’è un’intera sezione dedicata all’evento del 22 aprile, con notizie, sondaggi e opinioni. SkyNews sta quindi tentando di vendere il dibattito per quello che molti opinionisti non condividono che sia: un grosso evento mediatico in grado di attirare molti più spettatori della media che abitualmente segue dibattiti politici in tv. Forti di questo convincimento, i giornalisti di Sky avevano addirittura sottoscritto, la scorsa estate, una petizione che invitava i leader a tenere un confronto unicamente sulla propria rete. Raccolsero solamente 15mila firme e rimasero inascoltati, fornendo tuttavia lo spunto all’idea dei tre dibattiti che andranno in scena adesso. BBC, infine, espletando a pieno i compiti di rete pubblica, garantisce non solo tutti i servizi offerti da SkyNews, ma anche un’analisi politica dell’evento e una retrospettiva storica su dove, come e quando le televisioni hanno influito sull’esito delle elezioni. Ci sono approfondimenti, analisi, articoli satirici e numerosi video, tra cui, ad esempio, uno che mostra come la Thatcher sapesse tenere testa ai propri intervistatori, a dimostrazione del fatto che una bella figura fatta in televisione può servire a catturare elettori. Sono inoltre presenti le interviste ai tre candidati, interrogati sul perché un dibattito televisivo può essere utile agli elettori.

In conclusione si può dire che i britannici fingono di non essere troppo interessati a questa importante novità, ma si stanno crogiolando nell’attesa di sapere come andrà a finire e di capire se ci saranno conseguenze sull’esito delle elezioni. Lo scetticismo mostrato dagli editorialisti è probabilmente dovuto al fatto che considerano i dibattiti televisivi un tentativo di emulazione della politica americana. Anche perché al confronto dei vari Obama, Clinton, Reagan, i seriosi politici inglesi rischiano di farci una mesta figura. Inoltre i dibattiti potrebbero contribuire a rafforzare il trend mondiale di personalizzazione della politica, distogliendo l’attenzione dei cittadini da quelli che sono i reali problemi del Paese. Davvero i britannici baderanno alla cravatta di Gordon Brown più che ai proclami di tagli al Welfare? Staremo a vedere.

Paura e crisi economica: la campagna elettorale del Bnp

15 aprile 2010 by

Il British National Party dopo i buoni risultati ottenuti alle elezioni europee, dove ottenne il 6%, prova ad affermarsi anche in patria. Un compito tutt’altro che agevole se si considera come il sistema elettorale britannico, maggioritario a turno unico, non favorisca di certo la frammentazione del quadro politico, a discapito dei partiti minori. L’esito quantomeno incerto, o nel del tutto scontato, dell’imminente competizione elettorale, inoltre, rischia di consegnare al paese un “hung parliament” (parlamento appeso) che costringerà i Tories, probabili vincitori, a trovare un intesa di massima con i Lib-Dem per poter governare. Uno scenario che non avvantaggia i nazionalisti britannici, possibili vittime del cosiddetto voto utile attuato dagli elettori per far vincere il candidato meno sgradito. Tuttavia, la forte identificazione dei sostenitori con il proprio partito e il proprio leader scoraggerebbe sulla carta significative emorragie di consensi. Consensi che stando agli ultimi sondaggi potrebbero allargarsi fino a un ipotetico 5%. Le condizioni per centrare l’obiettivo non mancano; la crisi globale finanziaria che tiene sotto scacco il mondo intero rappresenta infatti un catalizzatore ideale per alimentare le idee xenofobe e antieuropeiste del Bnp.  Il partito di estrema destra spera di ripetere le gesta dei movmenti affini in Europa, a cominciare dal recente exploit del Fronte Nazionale di Gàbor Bòna in Ungheria che ha ottenuto un sorprendente 16%, passando per quello di Le Pen in Francia. Molti movimenti estremisti stanno proliferando, imponendosi progressivamente, in Belgio, Danimarca e perfino in Romania.  La strategia elettorale del movimento neofascista britannico  fa leva sul malcontento degli strati sociali più poveri della popolazione. Cerca di cavalcare la paura e l’insicurezza, predicando l’odio per l’immigrato, meglio se islamico, promettendo cure protezionistiche per rinsavire la Gran Bretagna dalla recessione economica. Concetti espressi in maniera semplice e coerente dal leader Nick Griffin, con l’intento di veicolare un messaggio semplice che possa mobilitare la propria base elettorale e colpire l’attenzione di tutte le persone insoddisfatte, desiderose di un “cambiamento dopo 65 anni di dannosa alternanza” (www.bnp.org.uk).

Conservatori vs Laburisti: chi propone il progetto economico più credibile?

14 aprile 2010 by

Già a partire dal quarto giorno di campagna elettorale i temi tasse e spesa pubblica dominano lo scontro tra partiti.

I conservatori propongono di ridurre le inefficienze di governo attraverso il risparmio di 12 miliardi di sterline.

Secondo George Osborne, cancelliere ombra del partito conservatore, occorre una misura aggressiva, attuabile entro breve termine, per risollevare una nazione che ha vissuto, fino a questo momento, al di sopra delle sue possibilità. Secondo il partito di Cameron, una misura aggressiva permetterebbe al paese di risollevarsi e stabilizzarsi in un arco di tempo di dieci anni. L’obiettivo dei conservatori è quello di ridurre il debito pubblico (che ammonta a 167 miliardi di sterline) più velocemente rispetto a quanto fatto dal Labour nei suoi 13 anni di governo, destinando a tale scopo 6 ei 12 miliardi di sterline risparmiate. Per quanto riguarda i restanti 6 miliardi, Cameron afferma di volerli investire in aree strategiche come la difesa e la salute, senza però entrare in merito di progetti specifici.

Ma, nello specifico, come verranno recuperati questi soldi?

- più di 2 miliardi verranno tagliati dagli stipendi pubblici ( il che potrebbe causare una perdita dai 20.000 ai 40.000 posti di lavoro)

- 2 miliardi verranno ricavati dalla contrazione dei conti delle IT, congelando la possibilità di creare nuovi contratti

- 3 miliardi saranno ottenuti dalla rinegoziazione delle dei contratti con i fornitori di governo

- 2,5 miliardi verranno recuperati dalle spese discrezionali e dalle spese dello staff di governo

Osborne propone anche il raggiungimento di un accordo con la Banca di Inghilterra per una riduzione e stabilizzazione dei tassi di interesse sui prestiti, in modo da incentivare gli investimenti e incrementare i consumi. Questa iniziativa preoccupa molto il leader liberaldemocratico Clegg, il quale sostiene che sia i conservatori che i laburisti, promuovendo una politica economica in stile “Buy Now, Pay later” non stiano procedendo nella direzione giusta per risollevare la Gran Bretagna.

Anche Il cancelliere laburista Alistair Darling non si esime dall’ esprimere le sue perplessità circa le misure proposte dai conservatori che ritiene troppo severe per un momento di così difficile ricostruzione economica.

I laburisti e le Unioni dei Lavoratori contestano l’idea dei conservatori di ridurre il budget di governo di 12 miliardi di sterline perché tale somma causerebbe la perdita di lavoro per decine di migliaia di lavoratori del settore pubblico facendo riaffiorare l’ incubo inglese dell’austerity tatcheriana degli anni ’80. Cameron, di fronte a queste accuse, non manca di sottolineare come questa cifra risulti irrisoria per un paese che ha un PIL di 2.680.000 Miliardi di sterline, in quanto si traduce nella rinuncia di appena una sterlina ogni cento per ogni cittadino inglese.

La proposta che i Labour avanzano prevedrebbe l’aumento dell’ 1% della National Insurance per coloro che guadagnano più di 20.000£ annue; essi si impegnerebbero ad attuare questa misura a partire dall’ aprile 2011 per permettere al paese di prendere nuovamente respiro dopo la crisi economica.

I conservatori la ritengono pericolosa per la salute dei conti pubblici e improduttiva. In queste affermazioni si rivedono anche gli 81 leader imprenditoriali che hanno inviato una lettera aperta al quotidiano Telegraph dimostrando il loro appoggio alla posizione del partito di Cameron. Essi definiscono inopportuna la proposta Laburista, accusata di non aver effetti positivi sul il ciclo economico nazionale, e di risultare inutilmente dannosa per le aziende. La risposta alla lettera pubblicata sul noto quotidiano inglese arriva direttamente da Peter Mandelson, ministro delle attività produttive del governo Brown, il quale esorta gli elettori ad analizzare con diffidenza le promesse dei conservatori, che celerebbero retroscena spiacevoli come ad esempio un aumento della VAT (Imposta sul Valore Aggiunto) che andrebbe a ricadere sui consumatori indebolendoli ulteriormente.

Di fronte ad un piano conservatore molto dettagliato, che risulta abbastanza credibile agli occhi degli elettori, i laburisti sono consapevoli del fatto che se non riusciranno a controbattere in maniera efficace tali promesse, rischieranno di pagare questa manchevolezza in termini di consensi alle urne, sprecando così le comprovate capacità del leader Gordon Brown in termini di Economia.

La situazione è resa ulteriormente incerta anche dal pericolo che si prospetti uno Hung Parliament che renderebbe i partiti meno propensi ad attuare misure economiche restrittive onde evitare di compromettere le possibili alleanze di governo. Non resta che aspettare l’esito elettorale.

Uscire dall’Europa per uscire dalla crisi

13 aprile 2010 by

Tutti i partiti inglesi che aspirino a diventare forza di governo alle prossime elezioni generali hanno piena consapevolezza dell’importanza della crisi economica come problema da risolvere. L’obiettivo è convincere i cittadini di essere in possesso della formula migliore e meglio realizzabile. Per gli euroscettici questa ricetta non può essere altro che l’uscita dall’Unione Europea, membership che costa al sistema inglese 6.4 miliardi di sterline l’anno al netto dei rimborsi di cui ogni stato membro è beneficiario. Lo United Kingdom Independence Party, com’è noto, si propone di mantenere rapporti squisitamente economici con il continente e di rispolverare il ruolo britannico nel Commonwealth: la comunanza di lingua, ordinamenti giuridici e sistema democratico garantirebbe al Regno Unito di preservare la propria identità – minata, al contrario, da una integrazione europea che si fonda sul multiculturalismo – e di sedere in posizione privilegiata all’interno dell’organizzazione. La volontà è quella di riportare in auge la sesta nazione industrializzata del mondo, che ospita nella sua capitale il più grande centro finanziario in assoluto. Secondo il partito i costi della burocrazia dell’UE non si tradurrebbero equamente in termini di potere decisionale all’interno della stessa, dato che ai britannici è riservato solo il 9% della rappresentanza nell’ambito di un meccanismo che rende irrilevante le posizioni di una House of Commons eletta dalla volontà dei cittadini. Il ritiro dall’alleanza continentale garantirebbe anche maggior libertà in termini di tassazione: l’Europa è accusata di intromettersi negli affari interni al fine di finanziare un welfare sconsiderato di cui i britannici non si vogliono fare carico. Lo stesso partito, riprendendo un articolo del Daily Telegraph, ha denunciato il fenomeno delle donne straniere che tornano in patria per dare alla luce i loro figli a carico dello stato inglese, come abuso delle politiche di accoglienza imposte dall’Unione. La proposta domestica consiste in una semplificazione del sistema fiscale attraverso l’introduzione di una imposta non progressiva al 31% per i redditi superiori alle 11.500 sterline annue, che esonererebbe dal pagamento 4.5 milioni di lavoratori con salario minimo. Una misura di questo tipo ha sicuramente una grande eco in termini di propaganda, ma risulta a concreto beneficio della classe medio-alta degli occupati, che si vedrebbe liberata dalle imposte dirette che gravano in modo proporzionale sui guadagni denunciati. Anche per la materia delle pensioni l’idea è di introdurre una minima fissa e non progressiva rispetto ai contributi versati, di ammontare superiore a quello attualmente garantito. Mentre altri stati riservano alla spesa pensionistica privata una quota minima del loro PIL (il 5.8% per la Germania e il 5.6% per la Francia), il Regno Unito destina il 74%: il rischio è che la spirale dell’alleanza porti a mettere in secondo piano il problema previdenziale, offrendo ai lavoratori inglesi un trattamento che non meriterebbero. I lacci dell’Unione Europea penalizzerebbero anche il settore agroalimentare e della pesca, costretto a sottostare a direttive quantitative e qualitative eteroimposte. Il programma elettorale dello UKIP prevede di distribuire gli investimenti principalmente su tre settori: sanità, trasporti, forze armate. Rinunciare all’adesione significherebbe avere altri margini di risparmio da investire per potenziare i sistemi sanitari locali sotto il diretto controllo della popolazione. Di pari passo si garantirebbero incentivi per chi si volesse affidare ai servizi privati: è prevista la concessione di un voucher che “rimborsi” i cittadini che pagano i contributi assistenziali e che optano per strutture non statali. La politica dei trasporti prevede erogazioni per lo sviluppo della rete ferroviaria e dell’alta velocità, allo scopo di garantire un sistema efficiente a costi accessibili a tutti. La rete stradale verrebbe potenziata e resa più sicura e ulteriori risorse sarebbero reperite grazie all’introduzione di un Britdisc, un pedaggio a carico degli autotrasportatori stranieri che viaggiano sulle principali arterie britanniche. Il settore della difesa sarebbe invece potenziato destinando allo stesso l’1% aggiuntivo di PIL, per un totale del 40% in più di spesa annua. L’investimento riguarderebbe esercito territoriale, forze impegnate all’estero, Royal Navy e RAF e garantirebbe maggiori benefici per le famiglie dei militari in termini di salario, cure mediche e condizioni.

La ricetta dello UKIP si dimostra sempre più efficace e appetibile: convincere l’elettorato che rialzarsi da soli è tanto possibile quanto necessario.

Fonte: UKIP manifesto

E’ un paese per vecchi?

12 aprile 2010 by

Stando ad una ricerca pubblicata qualche giorno fa dal Dr. Scott Davidson*, intitolata “Quantifying the Changing Age Structure of the British Electorate 2005/2025 – Researching the age demographics of the new parliamentary constituencies“,  e commissionata dall’associazione Age UK nell’ambito della campagnaOur Power is Our Number, i cosìdetti grey voters potrebbero essere determinanti come mai fino ad ora in queste elezioni generali del 2010.

Innanzitutto è bene fare un piccolo passo indietro, chiarendo cosa si intende con l’espressione grey vote e stabilire per quale motivo questa porzione di elettorato potrebbe costituire il vero ago della bilancia nell’assegnare la vittoria nelle ormai prossime elezioni.

Con l’espressione grey vote si intende tutto l’elettorato che abbia superato il cinquantacinquesimo anno di età, e che proprio a causa dell’età anagrafica potrebbe avere iniziato a sperimentare una serie di discriminazioni in ambito lavorativo e che, con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, potrebbe avere un maggior interesse nei confronti delle politiche sulla previdenza sociale e pensionistica. Non solo, all’interno della ricerca è emerso che la partecipazione al voto da parte delle frange più giovani dell’elettorato  dovrebbe seguire il trend delle precedenti consultazioni del 2005,  con una percentuale molto vicina ai minimi storici.

Queste maggioranze grigie, quindi, dovrebbero diventare importantissime nel determinare i rapporti di forza tra i tre principali partiti britannici, in uno scenario che vede ben 94 collegi marginali come un importante campo di battaglia sul quale diventerà fondamentale conquistare una maggioranza: per le elezioni generali del 2010, infatti, si stima che l’elettorato over 55 sarà determinante in 319 collegi su 632 sparsi su tutto il territorio di Inghilterra, Galles e Scozia. L’importanza della conquista di questa parte di elettorato, inoltre, diventa ancora più importante alla luce del sistema elettorale britannico dominato dalla regola “first past the post“.

Andando ad analizzare nello specifico la distribuzione territoriale e partitica dei grey seats, possiamo notare come il New Labour Party si ritrovi a dover difendere ben 38 collegi, conquistati dopo la vittoria schiacciante del 1997 e dove lo scarto dei voti dovrebbe aggirarsi su cifre di poco inferiori ai 5,000 voti (di cui la metà provieniente proprio dai grey voters), e situati per a maggior parte nelle midlands e nel Nord-Ovest del paese, soprattutto nelle zone rurali e nei piccoli borghi. Se nelle elezioni del 6 maggio i Labouristi dovessero perdere questi seggi a favore del Conservative Party – che nelle elezioni precedenti avevano ottenuto il secondo posto nella maggior parte di questi – è opinione del Dr.Davidson che la strategia prioritaria degli spin doctors labouristi non potrà che essere quella di riconquistarli alle elezione successive.

Tutt’altra storia invece per Liberal Democrats di Nick Clegg: un terzo della loro attuale rappresentanza parlamentare, infatti proviene proprio da questi collegi grigi. Durante le prossime elezioni, i LibDem dovranno difendere i 19 grey marginals conquistati nel 2005 a scapito dei Tories, con i quali hanno una lunga storia di battaglie per ottenere più voti in tali seggi: questa tradizionale competizione contro il Partito Conservatore per la conquista dei collegi marginali grigi ha rappresentato infatti la maggior preoccupazione ed il nucleo delle strategia della campagna dei LibDem. I seggi marginali a forte prevalenza liberaldemocratica sono tutti – o quasi – concentrati nel Sud  e nel Sud – Est del paese, e si prevede una battaglia molto agguerrita per la conquista dei seggi di Chippenham e York Outer, collegi di recente istituzione.

I grey marginals sui quali possono puntare i Tories sono invece 34.

Nell’ottica di una campagna ormai sempre più permanente è chiaro come media ed esperti – considerando anche il sempre minor tasso di affluenza e partecipazione alle elezioni da parte dei giovani, nonchè l’invecchiamento della popolazione – debbano puntare non solo ad una targetizzazione maggiore delle elettorato suddiviso per fasce di età, ma che debbano avere un occhio di riguardo soprattutto nei confronti dell’elettorato over 55.  Le motivazioni addotte a questa affermazione da parte di chi ha condotto questa ricerca riguardano non solo la maggior familiarità con la politica da parte delle fasce più “anziane” della popolazione, ma anche la loro maggior predisposizione a porre attenzione ad alcuni temi che da sempre risultano essere caldi all’interno di una campagna elettorale – pensioni, assistenza sanitaria, previdenza sociale e tutti quegli aspetti della vita sociale e politica che possono avere delle ripercussioni rilevanti specialmente sulla vita degli over 55.

Se la tesi di questa ricerca – e cioè che “ogni partito che ottiene uno scarso risultato con gli elettori più anziani debba fare straordinariamente bene in altri ambiti per aspirare ad avere anche una sola remota possibilità di ottenere rappresentanza” – lo sapremo soltanto dopo la data del 6 maggio.

*Scott Davidson, Department of Media, Film and Journalism – Lecturer in Public Relations and Media at De Montfort University, Leicester (UK)

Fonti: politicalbetting.com e De Montfort University

Le differenti visioni della stampa italiana sulle elezioni inglesi; per la Repubblica Brown può ancora giocarsi le sue carte, mentre per il sole 24 ore i Tories sono in netto vantaggio.

11 aprile 2010 by

Manca meno di un mese alle elzioni generali inglesi e, da qualche giorno, anche i media italiani si interessano a ciò che accade oltremanica. Su La Repubblica (edizione cartacea, pag 33) del 10 aprile, compare un interessante articolo di Timothy Garton Ash dal titolo Perchè i tories non parlano di Europa. L’articolo si focalizza sulle infondate paure dei Tories e dell’elettorato conservatore nei confronti delle istituzioni europee. Che i britannici in generale non vedano di buon occhio quel che accade sul continente è dimostrato, da ultimo, dalle recenti affermazioni di partiti nazionalisti ed indipendentisti, come ad esempio il BNP e lo UKIP, i quali hanno ottenuto degli ottimi risultati alle elezioni europee dello scorso anno. Tuttavia, in questo particolare momento di crisi, le istituzioni comunitarie si stanno rivelando fondamentali, e sicuramente il tema Europa avrà notevole importanza in questo ultimo stralcio di campagna elettorale, tanto che Ash sostiene che i conservatori stiano facendo il doppio gioco per ottenere consensi in campagna elettorale:

“il ministro degli esteri ombra conservatore William Hague […] non ammette il calcolo elettorale, ma è palese. Parlare dell’Europa è l’ultima cosa che i conservatori vogliono fare in questa elezione, è già costato voti in passato.”

I laburisti invece, proprio a causa di queste ambivalenze conservatrici su un tema così importante, vogliono parlare di Europa ed infatti,

“il laburista David Milliband […] critica i Tories per essersi alleati al parlamento europeo con «gente con cui non avrebbero nulla a che spartire in Gran Bretagna».”

In sintesi dunque, il pensiero di Ash si concentra su quella che dovebbe essere la issue principale su cui i laburisti dovrebbero concentrarsi in questa ultima fase della campagna elettorale per recuperare consensi, aggredendo la politica euroscettica dei conservatori.

Di parere opposto, l’analisi che compare oggi sul il sole 24 ore, edizione on line – 11 aprile, in cui Leonardo Maisano assegna a Cameron il primo round di questa campagna elettorale lampo, in attesa del primo confronto televisivo, previsto per il 15 aprile. Maisano sostiene che i conservatori si stiano muovendo meglio dei laburisti, soprattutto sul tema delle riforme fiscali, altro tema centrale in periodo di crisi, che invece stanno facendo autogol proponendo innalzamento delle imposte per la high class, mossa certamente autolesionista a meno di un mese dalle consultazioni.

Tuttavia, sempre per Maisano, è difficile parlare di vita facile per conservatori; infatti questi, pur vincendo le elezioni avranno vita dura in un parlamento piuttosto equilibrato (anche se non “strozzato” come nel caso, sempre meno probabile di Hung Parliament)

“Si calcola che per garantire una vittoria tranquilla all’opposizione il margine dei Tory debba essere attorno al 10% e che si debba concentrare nei cosiddetti seggi marginali dove il gap fra i due maggiori partiti è strettissimo. A parere di Peter Kellner dell’istituto di ricerca YouGov che per primo, a fine marzo, aveva indicato il ritorno laburista, l’andamento di questa settimana, lascia prevedere una vittoria dei conservatori con un margine risicatissimo, ma sufficiente per governare. La pensano così anche Icm, Populus, ComRes. Ipsos Mori crede invece che la vittoria dei Tory non sarà sufficiente per consentire a Cameron di guidare l’esecutivo da solo.”

Al di là della differente “partigianeria” di queste due testate, ciò che di significativo emerge è che le prossime settimane di campagna e soprattutto i tre dibattiti televisivi, giocheranno un ruolo fondamentale nell’orientare le scelte dell’elettorato anglosassone.

British National Party nel caos: arrestato alto funzionario

9 aprile 2010 by

Acque agitate in casa del British National Party. A turbare la quiete del movimento xenofobo britannico è stato l’arresto di Mark Collett, responsabile della pubblicità, accusato di aver minacciato di morte il leader del suo stesso partito, Nick Griffin. Il funzionario sarebbe stato denunciato dallo stesso Griffin e da alcuni membri del partito che avrebbero confidato alla polizia le proprie preoccupazioni per l’incolumità fisica del leader. Collet, scarcerato su cauzione, è stato destituito dal proprio incarico e allontanato dal partito. I contorni della vicenda appaiono, tuttavia, ancora poco chiari. Stando a quanto riportato dal “Guardian”, l’alto dirigente avrebbe tramato nell’ombra assieme a una componente minoritaria per rovesciare la leadership attuale, compiendo una sorta di golpe interno. 

Il British National Party si è limitato a confermare la notizia, evitando di aggiungere dichiarazioni e di rispondere alle sollecitazioni del quotidiano britannico a un opportuno chiarimento. Una linea del silenzio giustificata probabilmente dall’imminenza della campagna elettorale che ha obbligato i vertici del partito a preservarne l’immagine, optando di non divulgare la notizia per non creare malumori tra il proprio elettorato (sul sito ufficiale non compare traccia, così come nelle pagine dei social network dedicate a Griffin), alla luce degli ultimi sondaggi che danno il Bnp in crescita. Le ultime stime, infatti, attribuiscono chance di elezione sia al leader del movimento neofascista che al suo vice Simon Darby, entrambi accreditati di conquistare un seggio alla camera di Comuni.


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