Archivio per la categoria ‘National Parties’

Paura e crisi economica: la campagna elettorale del Bnp

15 aprile 2010

Il British National Party dopo i buoni risultati ottenuti alle elezioni europee, dove ottenne il 6%, prova ad affermarsi anche in patria. Un compito tutt’altro che agevole se si considera come il sistema elettorale britannico, maggioritario a turno unico, non favorisca di certo la frammentazione del quadro politico, a discapito dei partiti minori. L’esito quantomeno incerto, o nel del tutto scontato, dell’imminente competizione elettorale, inoltre, rischia di consegnare al paese un “hung parliament” (parlamento appeso) che costringerà i Tories, probabili vincitori, a trovare un intesa di massima con i Lib-Dem per poter governare. Uno scenario che non avvantaggia i nazionalisti britannici, possibili vittime del cosiddetto voto utile attuato dagli elettori per far vincere il candidato meno sgradito. Tuttavia, la forte identificazione dei sostenitori con il proprio partito e il proprio leader scoraggerebbe sulla carta significative emorragie di consensi. Consensi che stando agli ultimi sondaggi potrebbero allargarsi fino a un ipotetico 5%. Le condizioni per centrare l’obiettivo non mancano; la crisi globale finanziaria che tiene sotto scacco il mondo intero rappresenta infatti un catalizzatore ideale per alimentare le idee xenofobe e antieuropeiste del Bnp.  Il partito di estrema destra spera di ripetere le gesta dei movmenti affini in Europa, a cominciare dal recente exploit del Fronte Nazionale di Gàbor Bòna in Ungheria che ha ottenuto un sorprendente 16%, passando per quello di Le Pen in Francia. Molti movimenti estremisti stanno proliferando, imponendosi progressivamente, in Belgio, Danimarca e perfino in Romania.  La strategia elettorale del movimento neofascista britannico  fa leva sul malcontento degli strati sociali più poveri della popolazione. Cerca di cavalcare la paura e l’insicurezza, predicando l’odio per l’immigrato, meglio se islamico, promettendo cure protezionistiche per rinsavire la Gran Bretagna dalla recessione economica. Concetti espressi in maniera semplice e coerente dal leader Nick Griffin, con l’intento di veicolare un messaggio semplice che possa mobilitare la propria base elettorale e colpire l’attenzione di tutte le persone insoddisfatte, desiderose di un “cambiamento dopo 65 anni di dannosa alternanza” (www.bnp.org.uk).

Uscire dall’Europa per uscire dalla crisi

13 aprile 2010

Tutti i partiti inglesi che aspirino a diventare forza di governo alle prossime elezioni generali hanno piena consapevolezza dell’importanza della crisi economica come problema da risolvere. L’obiettivo è convincere i cittadini di essere in possesso della formula migliore e meglio realizzabile. Per gli euroscettici questa ricetta non può essere altro che l’uscita dall’Unione Europea, membership che costa al sistema inglese 6.4 miliardi di sterline l’anno al netto dei rimborsi di cui ogni stato membro è beneficiario. Lo United Kingdom Independence Party, com’è noto, si propone di mantenere rapporti squisitamente economici con il continente e di rispolverare il ruolo britannico nel Commonwealth: la comunanza di lingua, ordinamenti giuridici e sistema democratico garantirebbe al Regno Unito di preservare la propria identità – minata, al contrario, da una integrazione europea che si fonda sul multiculturalismo – e di sedere in posizione privilegiata all’interno dell’organizzazione. La volontà è quella di riportare in auge la sesta nazione industrializzata del mondo, che ospita nella sua capitale il più grande centro finanziario in assoluto. Secondo il partito i costi della burocrazia dell’UE non si tradurrebbero equamente in termini di potere decisionale all’interno della stessa, dato che ai britannici è riservato solo il 9% della rappresentanza nell’ambito di un meccanismo che rende irrilevante le posizioni di una House of Commons eletta dalla volontà dei cittadini. Il ritiro dall’alleanza continentale garantirebbe anche maggior libertà in termini di tassazione: l’Europa è accusata di intromettersi negli affari interni al fine di finanziare un welfare sconsiderato di cui i britannici non si vogliono fare carico. Lo stesso partito, riprendendo un articolo del Daily Telegraph, ha denunciato il fenomeno delle donne straniere che tornano in patria per dare alla luce i loro figli a carico dello stato inglese, come abuso delle politiche di accoglienza imposte dall’Unione. La proposta domestica consiste in una semplificazione del sistema fiscale attraverso l’introduzione di una imposta non progressiva al 31% per i redditi superiori alle 11.500 sterline annue, che esonererebbe dal pagamento 4.5 milioni di lavoratori con salario minimo. Una misura di questo tipo ha sicuramente una grande eco in termini di propaganda, ma risulta a concreto beneficio della classe medio-alta degli occupati, che si vedrebbe liberata dalle imposte dirette che gravano in modo proporzionale sui guadagni denunciati. Anche per la materia delle pensioni l’idea è di introdurre una minima fissa e non progressiva rispetto ai contributi versati, di ammontare superiore a quello attualmente garantito. Mentre altri stati riservano alla spesa pensionistica privata una quota minima del loro PIL (il 5.8% per la Germania e il 5.6% per la Francia), il Regno Unito destina il 74%: il rischio è che la spirale dell’alleanza porti a mettere in secondo piano il problema previdenziale, offrendo ai lavoratori inglesi un trattamento che non meriterebbero. I lacci dell’Unione Europea penalizzerebbero anche il settore agroalimentare e della pesca, costretto a sottostare a direttive quantitative e qualitative eteroimposte. Il programma elettorale dello UKIP prevede di distribuire gli investimenti principalmente su tre settori: sanità, trasporti, forze armate. Rinunciare all’adesione significherebbe avere altri margini di risparmio da investire per potenziare i sistemi sanitari locali sotto il diretto controllo della popolazione. Di pari passo si garantirebbero incentivi per chi si volesse affidare ai servizi privati: è prevista la concessione di un voucher che “rimborsi” i cittadini che pagano i contributi assistenziali e che optano per strutture non statali. La politica dei trasporti prevede erogazioni per lo sviluppo della rete ferroviaria e dell’alta velocità, allo scopo di garantire un sistema efficiente a costi accessibili a tutti. La rete stradale verrebbe potenziata e resa più sicura e ulteriori risorse sarebbero reperite grazie all’introduzione di un Britdisc, un pedaggio a carico degli autotrasportatori stranieri che viaggiano sulle principali arterie britanniche. Il settore della difesa sarebbe invece potenziato destinando allo stesso l’1% aggiuntivo di PIL, per un totale del 40% in più di spesa annua. L’investimento riguarderebbe esercito territoriale, forze impegnate all’estero, Royal Navy e RAF e garantirebbe maggiori benefici per le famiglie dei militari in termini di salario, cure mediche e condizioni.

La ricetta dello UKIP si dimostra sempre più efficace e appetibile: convincere l’elettorato che rialzarsi da soli è tanto possibile quanto necessario.

Fonte: UKIP manifesto

British National Party nel caos: arrestato alto funzionario

9 aprile 2010

Acque agitate in casa del British National Party. A turbare la quiete del movimento xenofobo britannico è stato l’arresto di Mark Collett, responsabile della pubblicità, accusato di aver minacciato di morte il leader del suo stesso partito, Nick Griffin. Il funzionario sarebbe stato denunciato dallo stesso Griffin e da alcuni membri del partito che avrebbero confidato alla polizia le proprie preoccupazioni per l’incolumità fisica del leader. Collet, scarcerato su cauzione, è stato destituito dal proprio incarico e allontanato dal partito. I contorni della vicenda appaiono, tuttavia, ancora poco chiari. Stando a quanto riportato dal “Guardian”, l’alto dirigente avrebbe tramato nell’ombra assieme a una componente minoritaria per rovesciare la leadership attuale, compiendo una sorta di golpe interno. 

Il British National Party si è limitato a confermare la notizia, evitando di aggiungere dichiarazioni e di rispondere alle sollecitazioni del quotidiano britannico a un opportuno chiarimento. Una linea del silenzio giustificata probabilmente dall’imminenza della campagna elettorale che ha obbligato i vertici del partito a preservarne l’immagine, optando di non divulgare la notizia per non creare malumori tra il proprio elettorato (sul sito ufficiale non compare traccia, così come nelle pagine dei social network dedicate a Griffin), alla luce degli ultimi sondaggi che danno il Bnp in crescita. Le ultime stime, infatti, attribuiscono chance di elezione sia al leader del movimento neofascista che al suo vice Simon Darby, entrambi accreditati di conquistare un seggio alla camera di Comuni.

Gli euroscettici ripartono da Bruxelles: lo UKIP lancia la sua campagna per le elezioni generali

7 aprile 2010

Le ultime elezioni europee nel Regno Unito hanno registrato il successo dello UKIP, lo United Kingdom Independence Party, che con il 16,5% dei consensi e 12 seggi vinti ha ottenuto il secondo posto dietro ai conservatori di David Cameron. Nato come single-issue party per il ritiro del paese dall’Unione Europea, il suo programma per le prossime elezioni generali vanta tematiche tanto varie quanto radicali. In prima istanza il partito ripropone l’originario rifiuto della membership continentale, accusata di usurpare risorse economiche e sovranità a Londra e di favorire l’immigrazione incondizionata. Ad essa sarebbe preferibile una partnership economica che ripristinasse lo status di superpotenza del Regno Unito nel WTO e nel Commonwealth e mettesse fine all’ingerenza europea nella legislazione interna. A seguire la stessa questione immigrazione: posizioni apertamente antislamiste e legislazione fortemente restrittiva delle entrate. Non è un caso che il fondatore del Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, Geert Wilders, sia stato invitato dal leader dello UK Independence Party, Lord Pearson of Rannoch, a Westminster per la proiezione del suo cortometraggio Fitna, già bandito dalle reti televisive olandesi. Il documentario sostiene che l’Islam incoraggerebbe atti di terrorismo, antisemitismo, violenza contro le donne e omofobia. In un primo momento il governo ha proibito al politico di approdare sul suolo britannico per motivi di sicurezza, poi ha acconsentito predisponendo tutte le misure cautelative del caso. Il programma dello UKIP, inoltre, lancia l’obiettivo Restoring britishness: rifiuto del multiculturalismo a favore di un’unica cultura inglese che accolga quanti desiderino farla propria, primato delle unità di misura nazionali (la pinta, il miglio) su quelle universali e divieto di indossare il burqa ed il velo negli edifici pubblici ed in alcuni edifici privati. Le tematiche ambientali si focalizzano sull’energia nucleare, settore da rivalutare per garantire alla nazione di poter soddisfare autonomamente la metà del suo fabbisogno energetico. È forte lo scetticismo rispetto alle responsabilità dell’attività umana per il surriscaldamento globale: per Lord Pearson, infatti, si tratterebbe solo di una fase temporanea e sarebbe azzardato e improduttivo investire tanto per contrastarla. Per lo stesso motivo si dovrebbe vietare alle scuole di fare uso della propaganda ambientalista, impedendo la proiezione di documentari del genere di ‘An Inconvenient Truth’, che schiera in prima linea l’ex vicepresidente statunitense Al Gore per la sensibilizzazione rispetto ai cambiamenti climatici. Tra gli scopi anche il rafforzamento dell’alleanza NATO, ingenti investimenti a favore delle forze armate e la difesa del deterrente nucleare. Detassazione, lotta alla burocratizzazione selvaggia e ai privilegi di casta e incentivi alla scelta della scuola privata coronano un pacchetto di proposte di cui il partito, che vanta due soli seggi nella House of Lords, si fa portavoce.

Quale la strategia dello UKIP? Democrazia diretta e tutela dei taxpayers. Il leit motiv del programma sono le counties, le contee vecchio stile, che sostituiscano gli enti regionali e lo stato nell’amministrazione delle unità territoriali in tema di sanità, sicurezza, istruzione e pianificazione urbanistica attraverso una serie di consigli direttamente eletti dalla cittadinanza. Allo stesso modo l’introduzione dell’istituto del referendum sul modello svizzero costituirebbe l’arma per difendersi dalla sotto-rappresentanza imposta dal monopolio degli schieramenti tradizionali. I politici inglesi, alla stregua dei colleghi europei, sono accusati di mettere le mani nelle tasche dei cittadini per tutelare i propri interessi: lo UKIP si propone di far piazza pulita della burocrazia in eccesso e di ridimensionare l’establishment politico perché persegua il bene della nazione.

Il partito, fondato nel 1993, continua ad ingrossare le sue fila grazie alla defezione dei membri di altri schieramenti (soprattutto del partito conservatore) ed ha quindi la necessità di costruirsi un’immagine che catalizzi le diverse correnti politiche che naturalmente lo vanno a comporre. La scelta di tematiche radicali, si potrebbero definire posizionali in quanto danno origine ad una contrapposizione netta tra le parti e tra l’elettorato, è da un lato la calamita universale per cittadini e parlamentari di diverse affiliazioni partitiche, dall’altro la bussola che indica senza tentennamenti il cammino da seguire. Non sono ammesse istanze intermedie o cambi di percorso: i messaggi dello UKIP lasciano poco spazio alle interpretazioni ed alle riserve individuali e mirano ad assicurare coesione interna e a creare un’ideologia di riferimento per l’elettorato. Straight talking è il motto della campagna: gli argomenti sono chiari e spiegati con la semplicità di chi racconta una storia vera ad un bambino che la conosce già. Agli elettori non è chiesto grande sforzo cognitivo: la loro attenzione viene catturata da tematiche per cui nessuno può evitare di schierarsi e che coinvolgono la vita nazionale come quella quotidiana. Parliamoci francamente, mettiamo a nudo i problemi della nazione, riformiamo un sistema in declino e riprendiamoci i nostri soldi: questa è la politica dello UKIP.

L’insuccesso del partito alle consultazioni nazionali e la costante crescita che afferma in occasione delle europee si dimostra un dato ricco di possibilità interpretative. Innanzitutto il sistema plurality che tanto calza al modello Westminster sembra fallire il suo compito di rappresentanza perché esclude istanze nazionali che non hanno altra possibilità di emergere se non con il sistema proporzionale in vigore per le europee. In seconda battuta la tradizionale omogeneità culturale britannica, che avrebbe fondato e messo al riparo il modello inglese dai vizi del continente, accusa il contagio delle stesse istanze sociali e particolari già diffuse in tutta Europa, che chiedono la parola attraverso le nuove formazioni. In ultimo la credibilità degli esecutivi oltremanica sembrerebbe accusare i colpi dello expenses scandal e il declino del bipartitismo consensuale del dopoguerra, con l’incalzare dell’ipotesi di Hung Parliament e l’emergere di partiti sempre più piccoli e sempre più vicini ai cittadini.

Che sia questo l’inizio di una trasformazione della madre delle democrazie?

A ‘Presidentialisation’ of British politics?

2 aprile 2010

A chi affideremmo nostro figlio se dovessimo improvvisamente partire per un paio di giorni? La cosa migliore sarebbe valutare attentamente tutti i Curricula degli aspiranti Baby Sitter, e, sulla base delle loro esperienze e credenziali, scegliere il piu affidabile.
Ma se non avessimo tutto questo tempo? Allora il nostro giudizio dovrebbe basarsi su indizi rivelatori delle sue qualità personali, sull’istinto e sulla fiducia che questa persona ci ispira. Con questo esempio Popkin (pg. 64) introduceva l’annosa questione sulla personalizzazione della politica.
Ci troviamo inevitabilmente a scegliere quindi un candidato in base a questi criteri quando non siamo in grado di attuare un vero e proprio “voto programmatico”.

Perche si possa parlare di “voto programmatico” (issue voting) devono verificarsi tre condizioni: gli elettori devono essere informati e attenti rispetto a un tema specifico; i candidati devono avere posizioni  diverse e distinguibili su quel tema; i cittadini devono essere in grado di valutare la concordanza tra le loro posizioni e quelle dei candidati
(Grandi, Vaccari, “Elementi di Comunicazione Politica”, 2008, pag 47)

A Ben vedere sono però poche le occasioni in cui si verificano queste condizioni.  Da un  sondaggio Ipsos pubblicato il 22 marzo si evince come nel 2005 gli elettori ponessero al centro della loro scelta le posizioni programmatiche del partito piuttosto che la figura del Leader. Questo e’ probabilmente attribuibile alla scarsa popolarità che riscuotevano i leader dei due schieramenti, Tony Blair e Michael Howard.

Oggi invece gli elettori danno lo stesso peso a entrambi gli aspetti, inducendo gli esperti a parlare di “presidenzializzazione della politica” britannica. In particolare la figura del leader e’ più sentita da coloro che si collocano nella fascia di età superiore ai 55 anni e dai lettori di Tabloid, mentre gli elettori più giovani (18-34) e quelli che si documentano maggiormente sui quotidiani generalisti, focalizzano di più la loro attenzione sui contenuti dei programmi. Poco cambia da un partito all’altro: i sostenitori dei Labour subiscono leggermente di più il fascino del leader, mentre i Conservatori guardano un po’ più ai programmi, ma nessuno di questi dati e’ in grado di influenzare un risultato. Se infatti domandiamo quale dei due partiti abbia un team migliore escludendo il candidato premier, il 31% sceglierà il partito Conservatore, mentre il 34% lo indicherà tenendo conto anche della figura di Cameron. Si ritiene però che gli Inglesi facciano fatica ad ammettere pubblicamente di essere attratti dalle figure carismatiche, tanto che si pensa che il sostanziale equilibrio di importanza tra il messaggio e il leader, sottostimi l’effetto trainante di quest’ultimo.

Questo fa’ pensare che le condizioni per una vittoria Labour non esistano più data la scarsa popolarità di Gordon Brown contro il dilagante David Cameron.

Il leader Tory può vantare un’ampia approvazione (42%) da parte degli elettori di entrambi gli schieramenti (solo Clegg e’ piu’ popolare), ma soprattutto si dimostra ben saldo alla guida del partito. Il suo lavoro piace al 76% degli elettori conservatori mentre solo il 14% dice di non gradirlo.

Dati molto interessanti  se confrontati con quelli dello stesso periodo del 2005 (dati di Gennaio, ma le elezioni si sarebbero tenute in Marzo).

Il gia’ citato Michael Howard era infatti ritenuto inadatto al ruolo di primo ministro dal 47% degli intervistati.  Il 48% si diceva insoddisfatto del suo operato come leader dell’opposizione e solo il 17% lo avrebbe voluto come Primo Ministro. Non che l’incumbent Laburista Tony Blair se la passasse molto meglio; più della metà’ degli intervistati infatti non gli dava fiducia, ma curiosamente ben il 39% lo avrebbe voluto come primo ministro; come dire che tra i due mali, lui sarebbe stato il minore.
Ciononostante, il partito Conservatore registro’ un leggero aumento (+0,6%), mentre i Laburisti calarono notevolmente (-5,5%), cedendo voti ai Lib. Dem. dell’indimenticato  Charles Kennedy (+3.7%). Le elezioni andarono poi comunque come tutti sappiamo.

Se un leader così impopolare riuscì, malgrado tutto, a strappare un piccolo successo, allora Cameron forte della sua leadership, ha di che ben sperare.
Ma cosa e’ cambiato nel clima generale dell’opinione pubblica? Cosa rende Cameron cosi forte e sicuro di se stesso? Cosa ha convinto gli elettori a pensare che il partito Conservatore potesse meglio rispondere ai propri bisogni? Per capirlo bisogna andare a vedere quali sono questi bisogni e come sono cambiati dalle ultime elezioni;

TEMATICA 2010, % 2005, %
Economia 35 10
Salute 26 38
Educazione 23 26
Immigrazione 14 40
Tasse 12 7
Disoccupazione 11 8
Criminalita’ 8 29
Pensioni 6 14
Ambiente 5 6
Afghanistan 5
Difesa 3 25
Iraq 3

Tenendo presente che i sondaggi sono stati ottenuti tramite metodologie diverse (nel 2010 viene fatto scegliere agli intervistati un tema in mezzo ad altri proposti, nel 2005 sono temi proposti spontaneamente), e che il dato sulla difesa nel 2010 e’ disaggregato in 3 voci (difesa, Iraq e Afghanistan), possiamo già fare alcune osservazioni. Innanzitutto e’ determinante il calo di attenzione dell’elettorato verso un tema che da sempre rappresenta una Issue Ownership  per i laburisti:  la Sanita’.  Il 33% degli intervistati ritiene infatti che il partito di Gordon Brown sia piu’ competente in materia contro il 24% per i Conservatori.  E’ in effetti dal 1978 che ai Labour e’ riconosciuta questa superiorità. Al contrario si puo’ evidenziare il crollo di interesse per il tema della criminalita’, al quale il 10% in piu’ degli intervistati attribuisce maggiore competenza ai Conservatori rispetto ai Laburisti. Sicurezza interna e rapporti con l’estero, che da sempre sono una roccaforte del pensiero Conservatore (e continua ad esserlo, dato che il 10% in piu degli intervistati ritiene i conservatori piu’ preparati in materia), sembrano essere stati spodestati dalla crisi economica, facendo balzare all’attenzione dell’elettorato l’economia. E’ evidente che sara’ questo il tema chiave della campagna, un +25% di attenzione rispetto al 2005 e’ un dato molto rilevante, se consideriamo poi che il 76% degli intervistati ritiene che questa sia gestita in modo sbagliato e che sia necessario un cambiamento di rotta.Sondaggio ipsos

Inoltre 29% di coloro che hanno risposto a recente sondaggio Ipsos, ritiene che nel prossimo anno l’economia sia destinata a peggiorare, e il 37% ritiene che i Conservatori non dispongono dei Know–How necessari per affrontare questa crisi.
Ciononostante, su questo tema gli intervistati si dividono attribuendo un +3% di competenza ai Conservatori rispetto al partito dell’ex Cancelliere dello Scacchiere di Blair. In generale comunque essi attribuiscono maggiore affidabilita’ ai Conservatori su quasi tutti i temi. In particolare il partito di Cameron denota più sicurezza riguardo all’immigrazione e alla riforma delle spese per i parlamentari. Il 29% ritiene che il programma dei Conservatives sia sostanzialmente migliore, mentre il 27% pensa che la chiave di sviluppo del paese stia nel programma laburista. Era dal 1992 che il programma dei conservatori non veniva considerato migliore rispetto a quello dei laburisti.

L’esperienza ci insegna, e i dati ce lo confermano, che nei temi sui quali i partiti sono piu’ forti difficilmente può esserci battaglia. Come spesso si legge, l’ingresso di prepotenza dell’economia nelle Issues maggiormente percepite come importanti, risultera’ essere il vero ago della bilancia. Dimostrare piu’ sicurezza ed avere le proposte piu interessanti su questo tema determinera’ il vincitore di questa tornata elettorale cosi incerta.

Dalla Thatcher al Google Party

12 marzo 2010

Tra tutte le immagini che sono state trovate per descrivere la rivoluzione conservatrice Britannica, ritengo che quella di Google sia la migliore. Il nome richiama una formula magica di buon auspicio, è il sito che ha più successo al mondo ed è legato a due imprenditori giovani e dinamici.
David Cameron è giovane, dinamico, di successo e sembra aver trovato la formula magica per portare nuovamente il partito Tory alla guida dello Stato. In quanto a popolarità mediatica è secondo solamente al presidente americano Barack Obama; ma da lui sembra aver imparato molto. Ha imparato che nel 2010 chiudersi su posizioni ideologiche non serve a nulla, ma sopratutto ha imparato che per vincere bisogna rivolgersi alla base insoddisfatta e mobilitarla dall’interno quanto più è possibile. Ha imparato che il cavallo di troia in questione è il Web. Tramite il sito dei conservatori è infatti possibile personalizzare la partecipazione in funzione della propria disponibilità tramite il portale “MyConservatives.com” proprio come fece Obama col suo “MyBarackObama.com”….il confine tra l’ispirazione e il plagio sembra essere, in questa occasione, molto sottile. Non mancano le applicazioni per Iphone di cui il presidente americano fu pioniere, e la possibilità di rivolgere domande direttamente al partito tramite il Web, cosi come venne sperimentato dal trinomio CNN, Youtube, Democratic Party. La differenza qui è che le domande non vengono scelte dai conduttori, ma vengono votate direttamente dai sostenitori del partito. Da oltremanica a oltreoceano il passo sembra quindi breve. (continua…)


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