Archivio per aprile 2010

La bolla liberaldemocratica sembra sgonfiarsi.

26 aprile 2010

La politica vive ormai di sondaggi, come non affidarsi a questi per testare gli umori dell’elettorato inglese a meno di due settimane dal voto? A qualche giorno di distanza dal secondo dibattito televisivo, finora il più equilibrato, sondaggisti e bookmakers registrano già una lieve flessione per l’outsider Nick Clegg. Il fenomeno mediatico che aveva decisamente sparigliato le carte nel primo dibattito tv sembra invece uscito ridimensionato dal secondo, tuttavia la partita resta ancora altamente incerta, complice il costante recupero dell’incumbent Gordon Brown. Ora i sondaggi, contrariamente a quanto avvenuto nei giorni successivi il primo confronto ( si veda il post Tra i due litiganti …), segnalano una situazione favorevole, seppur di poco, a David Cameron ed al partito conservatore. 

  date Con Lab LDem Con Lead
ComRes/Ind on Sun/S. Mirror 24/4 34 28 29 5
BPIX/Mail on Sunday 24/4 34 26 30 4
YouGov/Sunday Times 24/4 35 27 28 7
ICM/Sunday Telegraph 23/4 35 26 31 4
Ipsos-MORI/News of the World 23/4 36 30 23 6
Harris/Daily Mail 23/4 34 26 29 5
YouGov/Sun 23/4 34 29 29 5
media - 34.57 27.42 28.43 6.14

Sul fronte degli scommettitori la situazione è simile: i conservatori tornano ad essere i favoriti, seppur con la sola maggioranza relativa di voti e di seggi. La quota più bassa a cui sono indicati i Tory è infatti quella che li vede conquistare un numero inferiore ai 324 seggi ai Comuni e a mancare quindi di poco la maggioranza assoluta (1.5 contro 1); dello stesso avviso è il The Times. I laburisti dovrebbero conquistare invece tra i 200 ed i 224 seggi (3.65 a 1) mentre i liberaldemocratici otterrebbero più di 70 seggi (1.36 a 1). Le elezioni generali del 6 maggio costituiranno quindi un punto di svolta nella storia politica britannica del secondo dopoguerra. Le prossime elezioni, sulla scia di quelle degli ultimi anni, segneranno il definitivo passaggio da un sistema bipartitico (alle elezioni del 1945 conservatori e laburisti raccoglievano l’87,6% dei consensi) ad uno multipartitico imperniato su tre partiti principali ( che, messi assieme, rappresenterebbero il 90 – 95% dell’elettorato). Ciò comporterà notevoli deformazioni del solido modello Westminster, su tutte:

 • Molto probabilmente, ad urne chiuse, non ci sarà alcuna maggioranza monocolore in grado di formare un governo. Ciò inevitabilmente comporta o il ritorno alle urne, come nel caso del 1974, o la formazione di un governo bipartitico retto dal partito che vincerà le elezioni e dai liberaldemocratici di Clegg. Non è da escludere a priori tuttavia la formazione, all’interno di questo particolarissimo contesto di crisi economica, di una Große Koalition tra i due partiti maggiori (conservatori e laburisti) sull’esempio tedesco dell’alleanza anomala tra Spd e Cdu/Csu.

• Il pegno da pagare ai liberaldemocratici per poter formare un governo sarà in ogni caso salatissimo: la riforma del sistema elettorale. Da maggioritario uninominale a turno unico, è quasi certo che si virerà verso qualche forma di sistema proporzionale, peraltro già adottato per le elezioni delle varie assemblee regionali e per le elezioni europee.

 • Il cambio di sistema elettorale inciderà notevolmente su tutto il sistema perciò, come molti hanno già fatto notare, sarà necessario rivedere l’assetto costituzionale all’interno di una profonda revisione nell’attribuzione dei poteri.

 In ogni caso, a cambiare non saranno soltanto il primo ministro ma, quasi certamente, si assisterà ad un rinnovamento dello spirito politico britannico che inciderà profondamente sulle istituzioni interne e sui rapporti con quelle comunitarie, dunque, a meno di clamorosi ed ulteriori colpi di scena, lo scenario prossimo venturo sembra già profondamente segnato.

La Battaglia per il voto delle donne

23 aprile 2010

Lo stile presidenziale della campagna elettorale inglese ha messo in ombra le candidate donne all’interno del dibattito politico, focalizzandosi principalmente sulle mogli dei candidati come promotrici delle politiche dei loro mariti. L’informazione si è trasformata in infotainment e non sono mancate le occasioni per riportare le notizie più disparate riguardo alle consorti dei candidati.
Le candidate donne in tutti e tre i partiti di maggioranza sono state messe ai margini della campagna politica, a causa di una maggiore attenzione rivolta alle attività delle compagne dei leader, piuttosto che a quelle delle politiche di professione.
La personalizzazione della competizione, resa rilevante anche grazie allo strumento del dibattito televisivo, risulta più efficace laddove il candidato riesca a presentarsi come una persona comune ed entrare in sintonia con i suoi elettori. Egli, accompagnandosi alla sua consorte, presenta anche un modello femminile in rappresentanza della sua posizione riguardo al questioni legate al mondo delle donne e, in modo più ampio, alle tematiche relative alla famiglia.
I partiti di maggioranza vengono accusati di non rispondere adeguatamente alle necessità dell’elettorato femminile, e a queste accuse Harriet Harman, deputy leader del partito laburista, risponde sottolineando l’impegno del suo schieramento nel cooptare all’interno del parlamento molte più donne rispetto a quanto fatto dai suo principali partiti avversari:94 le parlamentari laburiste, contro le 18 dei conservatori e le appena 9 dei liberal democratici. La Herman sottolinea inoltre i successi raggiunti dal partito laburista in quanto a politiche femminili e di protezione della famiglia: stipendio minimo, assistenza nazionale all’infanzia e maggiori diritti per i genitori che lavorano a contratto part-time. Queste iniziative politiche, impensabili prima del 1997, sono il risultato di un notevole interesse da parte dei laburisti sia nei confronti delle donne come categoria sociale da emancipare, sia come legittime rappresentanti nella politica nazionale. Come si spiega quindi la disaffezione al partito evidenziata dall’elettorato femminile?
Sebbene nel 1997 la rappresentanza femminile in parlamento raddoppiò, questa tendenza si è decisamente fermata e ad oggi si registrano soltanto sei donne in più rispetto a 13 anni fa. Inoltre la Gran Bretagna occupa il 73mo posto nella classifica mondiale per le rappresentanti femminili all’interno della White Hall.
Le donne si sentono poco rappresentate dalla politica e coloro che – definendosi madri lavoratrici e casalinghe – si dichiarano elettrici indipendenti in venti anni (dal 1986 al 2006) sono triplicate, passando dall’8% al 24%
Da elettrici indipendenti, le donne inglesi non manifestano una libertà individuale di scelta esprimendo una fedeltà di partito leggera che le porterebbe a spostarsi, a seconda delle occasioni, in direzione di uno o dell’altro partito, ma piuttosto, esse decidono spesso di non recarsi alle urne, sentendosi completamente marginalizzate dalle politiche inglesi.
A questo elemento dovrebbero porre particolare attenzione coloro che organizzano le campagne elettorali dei partiti di maggioranza perché il numero di donne che richiedono maggiore attenzione a questioni come la casa e la famiglia, sono in notevole crescita e il loro voto potrebbe risultare determinante alle prossime elezioni.
Oltre a non presentare della rappresentanti di peso in parlamento, sia i laburisti che i conservatori non riescono neanche a soddisfare la richiesta di maggiore occupazione da parte delle cittadine lavoratrici che non nascondono le loro preoccupazioni nei confronti dei tagli alla spesa pubblica, ripetutamente annunciati da entrambi i partiti.
In conclusione, emerge come le donne inglesi non abbiano una precisa identificazione partitica che sottolineano la mancanza di un partito che si faccia interprete dei loro valori, dei loro obiettivi e delle loro idee.
Il partito che dovrebbe maggiormente preoccuparsi della fuga di massa delle donne tra le sue sostenitrici dovrebbe essere il partito laburista, che arrivò a registrare nel 1997 il 52% delle preferenze femminili, ma che oggi può contare solo su un 27% di sostenitrici.
Le donne cercano un progetto reale che le veda ottenere un ruolo paritario a quello dei loro colleghi uomini: stanche di un’impostazione rimasta a stampo patriarcale, sono consapevoli di poter contribuire adeguatamente allo sviluppo della nazione; sentendosi però trascurate, decidono di scegliere la via dell’astensione.

Tutti contro Nick. La dura corsa del favorito

23 aprile 2010

Come era prevedibile, la scalata nei sondaggi compiuta da Nick Clegg dopo il primo dibattito televisivo del 15 aprile scorso, ha fatto spostare sul leader dei Lib Dems, non solo i riflettori dei media nazionali ed esteri, ma anche il mirino degli attacchi volti a screditare la sua immagine di politico onesto e fuori dai “giochi di potere”della cosiddetta “vecchia politica”. Infatti, l’altro ieri, la stampa conservatrice britannica si è lanciata in una accesa campagna contro Clegg, cercando di oscurare la sua immagine definendolo come «burocrate dell’Unione Europea, lobbista,corrotto». Secondo quanto apparso sul Daily Telegraph l’altro ieri, Clegg nel 2006 avrebbe ricevuto, ogni mese sul suo conto privato, delle donazioni di 250 sterline da parte di tre businessmen: Ian Wright, dirigente di una importante azienda produttrice di vini e birra chiamata Diageo, Neil Sherlock, capo delle pubbliche relazioni della KPMG, e Michael Young ex direttore di una miniera d’oro.

Ma il leader dei liberaldemocratici ha risposto a queste accuse sottolineato come questi fatti si siano svolti  prima che egli fosse nominato a capo del partito (nomina avvenuta nel 2007), e che quella somma serviva per pagare lo stipendio di un membro del suo staff e non per spese personali. Ha dichiarato, inoltre, che dopo la sua nomina alla guida del partito, l’organizzazione delle donazioni è cambiata poiché tali somme sono versate direttamente ai Liberal Democrats. Solidarietà al proprio leader è stata espressa da tutto il partito, che, per bocca di un suo portavoce, ha definito «ogni accusa di illegalità assolutamente inaccettabile». Chris Huhne, portavoce dei Lib Dems per gli Affari Interni e avversario di Clegg per la corsa alla leadership del partito nel 2007, intervenendo alla trasmissione radiofonica “Today programme” su BBC Radio 4, ha definito il caso sollevato dalla stampa conservatrice come un  «ridicolo fraintendimento» («a ridiculous misreading»), un vero e proprio “coniglio” tirato fuori dal cilindro di David Cameron per blindare la sua corsa al “numero 10” di Downing street. Questo scandalo sarebbe stato montato da Cameron perché Clegg in passato rifiutò di entrare nel suo partito quando era collaboratore dell’ex ministro dei tories, Leon Brittan (all’epoca commissario per i trasporti nella Commissione Europea), divenendo poi membro dei Lib Dems. Secondo Huhne, Clegg rifiutò un posto sicuro nella Camera dei Comuni per entrare in un «outsider’s party», perché quel piccolo partito rappresentava secondo lui la «vera possibilità di cambiamento per la politica britannica». Da parte dei Labour, il commento a questo “polverone” è stato affidato al ministro degli esteri David Miliband, che ha ribadito come Clegg, dopo il confronto televisivo della settimana scorsa, abbia intaccato la popolarità di Cameron, e come questi, ora, senta il bisogno di «metterlo fuori gioco» («Cameron […] needs to deliver a knockout to Nick Clegg»).

Oltre all’offensiva del Daily Telegraph, da registrare anche l’attacco rivolto da parte del Daily Mail all’ “homo novus della politica inglese”. Il giornale di Kensington ha accusato Clegg di aver rivolto uno «sberleffo nazista contro la Gran Bretagna» («a Nazi slur on Britain»), riprendendo un articolo del politico di Chalfont St. Giles  apparso sul Guardian nel 2002, in cui questi affermava come la Gran Bretagna avesse un immotivato senso si superiorità dato dalle manie di grandezza e ossessione per la seconda guerra mondiale. A queste accuse il leader dei Lib Dems ha risposto ironicamente, riprendendo il sondaggio pubblicato dal Sunday Times che lo aveva paragonato a Churchill: «Voglio essere l’unico uomo politico che, in una settimana, è stato sia Churchill sia un nazista».

Al di là delle battute, Clegg ha risposto in seguito con fermezza a questi attacchi incrociati attaccando i Conservatori, definiti come «difensori dello status quo» nonché «contrari il cambiamento», e il cui obbiettivo sarebbe quello di gettare ombre sulla sua immagine con l’intento di spaventare i cittadini per dissuaderli dal votare i Lib Dems. Nonostante tutto, però, ha affermato di aver fiducia negli elettori britannici dicendosi sicuro che questi «scopriranno tutto questo per ciò che è, ovvero un progetto per impedire ogni prospettiva di cambiamento». Ora la palla passa agli elettori, dunque, i quali dovranno leggere e interpretare questi fatti, riuscendo a capire dove ci sia la verità e dove essa finisca. In realtà sembra che questi scandali non abbiano scalfito la popolarità di Clegg, come testimoniano sia i sondaggi, sia l’indice di gradimento (33% ) che questi ha ottenuto nel confronto con gli altri due candidati premier, andato in onda ieri sera su Sky news.

Se da un lato i Tories non risparmiano attacchi ai Lib Dems, dall’altro lato Brown cerca costantemente di trovare punti di contatto con il suo avversario Clegg. Come ha scritto oggi su Repubblica il giornalista Franceschini, «la frase ripetuta più volte da Brown nel primo dibattito, I agree with Nick (sono d’accordo con Nick), [è] già diventata una battuta da pub, stampata su migliaia di magliette […]». Questo indica come stia prendendo sempre più corpo la possibilità di un’alleanza di governo rosso-gialla tra New Labour e Liberal Democrats. Infatti, Brown potrebbe “pescare” proprio tra i probabili 110 seggi attribuiti ai Lib Dems i 70 necessari al primo ministro (che dovrebbe ottenere circa 256 seggi) per ottenere la maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni. Non ci resta che attendere lo sviluppo della campagna elettorale, entrata, ormai, nella sua fase più “calda” , come dimostra il nervosismo incontrollato di Cameron, i corteggiamenti di Brown e il “fuoco di fila” sull’outsider Nick Clegg.   

I sondaggi politici in Gran Bretagna

19 aprile 2010

Come sappiamo i sondaggi politici in Gran Bretagna rivestono un ruolo molto importante se non addirittura decisivo. Questo grazie alle tradizioni politiche e culturali inglesi, che hanno costituito un terreno favorevole per la crescita di numerosi sondaggi elettorali nel secondo dopoguerra fino al 1992. In quell’anno la previsione erronea della vittoria dei laburisti ha significato la perdita di fiducia negli istituti di sondaggio e l’inizio di una battaglia per restituire ad essi l’affidabilità persa.

Per capire meglio l’importanza degli istituti di sondaggi dobbiamo fare un passo indietro. Nel 1937 il gruppo Gallup avviò la tradizione dei sondaggi nell’intera Europa. Nelle prime elezioni britanniche del dopoguerra, la filiale britannica previde la vittoria dei laburisti, e nelle successive elezioni del 1950 confermò la validità delle proprie previsioni. Solo negli anni sessanta dopo la fondazione degli altri istituti di sondaggio (National Opinion Polls, Opinion Research Center poi Harris) si affermò un vero sistema di ricerche nel mercato politico.

Nel sistema politico britannico, i sondaggi influenzano due tipi di comportamento, quello elettorale e quello della classe politica. Riguardo al comportamento elettorale, i sondaggi hanno avuto un forte impatto nel favorire il successo di un partito  tramite due effetti contrastanti. Per il primo, chiamato effetto bandwagon[1], gli elettori indecisi esposti ai risultati di un sondaggio tenderebbero a votare a favore del candidato da esso dato per vincente. Per il secondo, invece, conosciuto come effetto underdog[2], gli elettori votano per gli sfavoriti. La classe politica viene influenzata invece poiché i parlamentari britannici prestano grande attenzione ai sondaggi, ai quali attribuiscono una funzione di “barometro” sulle opinioni dell’elettorato. Un’altra funzione importante dei sondaggi è quella associata al timing della chiamata alle urne dato che, da almeno vent’anni, la scelta dipende in misura considerevole proprio dall’andamento dei sondaggi. Questi hanno altresì consentito di individuare nuovi temi come la riduzione delle tasse o la vendita delle case di proprietà delle autorità locali (campagna elettorale per la Thatcher nel 1979). Le campagne elettorali usano le informazioni provenienti dai sondaggi sulla popolarità dei leader e sulla percezione che l’elettorato mostra a proposito della capacità del partito di gestire i problemi più rilevanti al momento del voto.

L’errata previsione del 1992 segnò la crisi del mondo dei sondaggi. Infatti, fino a quella data l’errore medio di predizione era stato di 1,3 punti percentuali per partito; in quell’anno si arrivò a tre punti. Nel 1993 il British Polling Council introdusse nuove regole e, di fatto, bandì o limitò fortemente la diffusione di risultati di sondaggi pubblicati dalla stampa, fino a che gli istituti non avessero adottato nuovi e più affidabili standard metodologici. Market Research Society ha identificato i principali fattori alla base della disfatta del 1992: un mutamento dei risultati dell’ultima ora a favore dei conservatori; l’effetto “spirale del silenzio”, per cui le opinioni favorevoli al partito ritenuto vincente (in quel caso i laburisti) sono sovra-rappresentate nei sondaggi e quelle contrarie sono taciute dagli individui a causa di un clima di opinione percepito come ostile[3]; problemi di stratificazione del campione e di ponderazione dei dati legati alla richiesta, rivolta agli intervistati, di ricordare e indicare il comportamento tenuto nelle elezioni precedenti. Ma a questo riguardo, molti elettori tendono a ricordare l’ultimo voto, che non necessariamente è quello dato alle precedenti elezioni politiche.

Un altro problema è quello della costante sovrastima del voto ai laburisti. Questo potrebbe derivare o dalla “tradizionale” visione conservatrice per cui il voto è segreto e non va riferito neppure al sondaggista oppure, secondo altri analisti, dalla mancata considerazione della ” terza “via” liberaldemocratica.

Una delle discussioni più accese è nata dopo l’introduzione degli internet polls da parte di YouGov. Secondo questo istituto reclutando solo volontari si supera il problema del rifiuto dell’intervista e della deriva filolaburista. Rimangono tuttavia i problemi di selezione del campione, che in questo caso esclude la popolazione meno propensa all’uso del computer, ad esempio gli anziani.

Nel 2005 sono nati nuovi e tuttavia discussi metodi di sondaggio, i rolling polls – svolti nel corso di più giorni, con quote di intervistati che cambiano da un giorno all’altro[4]. Per gli analisti di Populus, l’ istituto di ricerca che per primo li ha utilizzati su “Times” nelle ultime due settimane della campagna elettorale del 2005, oltre al basso costo presentano il vantaggio di fornire dati interessanti sugli effetti della campagna elettorale per quanto riguarda i diversi temi messi in campo dai partiti, la popolarità dei leader e il cambiamento degli orientamenti in vista del voto.

In conclusione, la tradizione dei sondaggi politici in Gran Bretagna, nonostante un periodo di crisi esacerbato dal dibattito metodologico sulle tecniche con cui vengono svolti, non ha perso il suo smalto. Un nuovo codice di autoregolamentazione stilato nel 2004 che norma la diffusione dei risultati e l’aumentata attenzione dei mass media alle nuove tecniche di ricerca sono le migliori garanzie per continuare a produrre indagini serie e metodologicamente ineccepibili.


[1] Roberto Grandi, Cristian Vaccari, Elementi di comunicazione politica, Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza,  Carocci, 2007,  p. 39.

[2] Roberto Grandi, Cristian Vaccari, Elementi di comunicazione politica, Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza,  Carocci, 2007,  p. 40.

[3] I sondaggi politici nelle democrazie contemporanee a cura di Piergiorgio Corbetta e Giancarlo Gasperoni, Il Mulino, 2007, p. 144.

[4] I sondaggi politici nelle democrazie contemporanee a cura di Piergiorgio Corbetta e Giancarlo Gasperoni, Il Mulino, 2007, p. 141.

Tra i due litiganti…

18 aprile 2010

A certificazione della convincente prova di Nick Clegg nel primo dibattito televisivo ci sono già i primi numeri: all’indomani del primo confronto infatti, i sondaggi sembrano impazziti. Nel giro di due giorni, 16 e 17  aprile, il sito Uk Polling Report pubblica 4 sondaggi (due di YouGov/Sun, uno di BPIX/Mail on Sunday e un altro commissionato da ComRes/Ind on Sun/S. Mirror) che vanno decisamente in controtendenza rispetto al precedente andamento delle intenzioni di voto.

  date Con Lab LDem Con Lead
YouGov/Sunday Times 17/4 33 30 29 3
BPIX/Mail on Sunday 17/4 31 28 32 -1
ComRes/Ind on Sun/S. Mirror 17/4 31 27 29 2
YouGov/Sun 16/4 33 28 30 3

Tutte e quattro le rilevazioni segnano un testa a testa tra le tre formazioni e, addirittura, ComRes/Ind on Sun/S. Mirror segnala un vantaggio liberaldemocratico. Ovviamente su queste rilevazioni, immediatamente successive il primo, storico, dibattito televisivo, ha influito notevolmente l’ottima performance di Clegg, costruita su una strategia comunicativa estremamente efficace. Nonostante, a livello ufficiale, la campagna elettorale per le elezioni generali del 2010 sia iniziata da poche settimane, in realtà lo scontro Brown – Cameron va avanti da parecchi mesi e, fino a pochi giorni fa, Clegg era da tutti considerato un outsider, una preda per i due partiti maggiori alla disperata ricerca di voti e seggi da strappare ai liberaldemocratici per ottenere la maggioranza necessaria a governare. Mentre Brown e Cameron sono arrivati all’appuntamento tv stanchi, già logori da mesi di campagna elettorale, il leader liberaldemocratico è apparso come la vera novità del palcoscenico politico britannico. Egli infatti è sembrato più giovane, più fresco, promotore di un’alternativa politica vera e credibile. Cameron e Brown hanno giocato su posizioni assai prevedibili e lo stesso Clegg ha più volte rimarcato, nel corso del dibattito, come i due fossero in realtà la stessa cosa. Inoltre, mentre i due erano impegnati in vari battibecchi e lunghe discussioni, Clegg è apparso disinvolto e a totale agio di fronte alle telecamere, riuscendo a colpire per il suo linguaggio che, a differenza di quelli complessi dei leader dei conservatori e dei laburisti, era strutturato in slogan e frasi semplici ed efficaci. Il leader moderato, non è mai apparso innervosito, alterato e non ha mai nemmeno alzato la voce o sovrastato l’avversario, dando in questo modo un’immagine decisa e rassicurante.

A questo punto la partita è davvero apertissima. Se le cifre sono, più o meno, quelle dei sondaggi, ogni previsione ha margini di errore amplissimi. Con tre partiti, tutti più o meno al 30% fare qualsiasi tipo di calcolo è assolutamente privo di senso. Tuttavia va segnalato che quello che viene recuperato dai liberaldemocratici corrisponde a ciò che i conservatori perdono, mentre i laburisti sono grossomodo stabili. Se i prossimi dibattiti televisivi e lo sviluppo finale della campagna elettorale continueranno a segnare questo exploit di Clegg, ogni scenario assume una certa credibilità: ogni formazione è legittimamente accreditata di vittoria (molto realisticamente in termini relativi) e l’ipotesi di Hung Parliament torna di attualità.

Se questo dovesse essere lo scenario, tutti si concentreranno a convincere gli indecisi e gli astenuti, nella speranza di recuperare quei pochi punti percentuali che consentirebbero il diritto a formare un governo.

Tuttavia, l’operazione di persuasione degli indecisi, non è certamente una delle operazioni più facili, dato anche l’esiguo tempo ancora a disposizione prime delle elezioni. Inoltre, come ha recentemente scritto Ilvo Diamanti su la Repubblica, gli indecisi e gli astenuti non formano un blocco monolitico di elettorato, ma le ragioni che spingono al non voto sono molteplici:

 “Tuttavia, è difficile ricondurre quelli che non votano ad «un» partito, visto che sommano componenti molto diverse e contrastanti. Vi si incontrano: (a) quelli che non votano per forza maggiore; (b) le persone marginali – apatiche e disinteressate; (c) quelli che esprimono protesta contro il sistema; (d) quelli che non si sentono rappresentati; (e) quelli che al contrario, si fidano, chiunque vinca; (f) quelli convinti che il loro voto non conti; (g) quelli che, invece, intendono usare il voto come «ammonimento» ai partiti – soprattutto di governo.”

Detto questo si evince che la massa di indecisi o non votanti sia decisamente eterogenea, ed ogni strategia elettorale va in direzione di alcuni e in direzione contraria rispetto ad altri. Conquistare in blocco l’area degli indecisi è pressoché impossibile e perciò è lecito aspettarsi che laburisti, conservatori e liberaldemocratici proporranno tre differenti ricette per accaparrarsi quanti più voti indecisi da qui al 6 maggio.

Quel che è certo è che ormai nulla è più prevedibile in questa campagna elettorale e che, all’indomani delle elezioni, qualsiasi dovesse essere il responso delle urne, si tratterà di una giornata storica; infatti ogni scenario avrebbe dell’incredibile: se a vincere dovesse essere Cameron i Tory tornerebbero al governo dopo 13 anni di New Labour, se a prevalere fosse Brown saremmo di fronte ad una incredibile rimonta, se vincesse Clegg i liberaldemocratici tornerebbero a vincere le elezioni dai tempi di David Lloyd George (1916 – 1922), mentre il caso di Hung Parliament sarebbe il secondo della storia (il primo e unico nel 1974).

And the winner is….

16 aprile 2010

Ieri sera si è svolto il primo dibattito televisivo tra i candidati al posto di Primo Ministro nella storia della Gran Bretagna. E questa mattina sondaggi, esperti e stampa sono tutti concordi nel proclamare la vittoria di Nick Clegg. La stampa britannica ed internazionale, infatti, questa mattina, all’unanimità ha affrontato l’argomento concorde nell’inneggiare alla vittoria del leader Lib-Dems, che soprattutto vince nello stile più che nei contenuti, riuscendo a mantenere calma e fair play durante tutta la durata del dibattito. Stando ad un songaggio del Times, addirittura il 61% degli intervistati attribuisce la vittoria a Clegg, andando a delineare maggiormente questa vittoria.

A conferma del vecchio detto popolare “tra i due litiganti, il terzo gode”, Nick Clegg si è abilmente inserito tra i “battibecchi” tra Cameron e Brown. Se, infatti, da un lato Brown ha cercato di sottolineare i risultati del governo laburista, e Cameron invece ne ha rimarcato le mancanze, Clegg ha approfittato del tempo a sua disposizione  per rappresentare i due leader avversari come rappresentanti dello stesso partito: cioè la vecchia politica. Clegg è, infatti, ripetutamente intervenuto per sottolineare l’inconsistenza delle argomentazioni presentati dagli avversari, più preoccupati dal confronto con l’altro che dal confronto con il pubblico.

Immigrazione, tasse, sicurezza, economia, sanità, istruzione: questi i temi che sono stati al centro del dibattito. Nel confronto diretto su queste tematiche Brown non si fa cogliere impreparato e dimostra una competenza che Cameron non sembra possedere. Anche per questo i sondaggi di oggi riconoscono la vittoria di Brown su Cameron, anche se il primo ministro deve accontentarsi di un secondo posto. Ai tre leader va inoltre riconosciuto il merito di essere riusciti, tutto sommato, nell’arduo compito di rendere interessante un dibattito estremamente vincolato da regole di ogni tipo.

Anche il tipico dibattito,  sul look, sembra essere vinto dal leader Lib-Dems. Infatti, anche il ministro dell’interno Alan Johnson ha ammesso che seppur il premier abbia vinto nei contenuti, in “stile ha vinto Clegg”. Per gli appassionati della materia occore sottolineare il colore delle cravatte: gialla per Clegg, azzurra per Cameron, rosa per Brown.

Ora bisognerà attendere il 22, quando il secondo dibattito ci rivelerà se l’outsider è veramente tale o se, ormai, è un vero leader.

“Noi possiamo: noi vogliamo” . Parola di Nick Clegg

16 aprile 2010

Mercoledì 14 aprile Nick Clegg ha presentato ufficialmente il manifesto dei Lib Dems, ovvero il programma di governo che questi si propongono di realizzare nel caso in cui la maggioranza degli elettori britannici decidessero di concedere loro la propria fiducia per guidare il nuovo governo britannico. La parola d’ordine del programma dei Lib Dems è, senza dubbio, fairness («giustizia»), considerata dal loro leader come l’elemento fondamentale per il rilancio della Gran Bretagna, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale. E per giustizia Clegg intende equità, merito, spesa responsabile e diritti civili, ovvero quattro pilastri irrinunciabili che costituiscono i quattro steps della piattaforma programmatica liberaldemocratica.
Innanzitutto, dunque, la riforma del sistema fiscale volta a garantire un sistema di tassazione del reddito più giusto per tutta la popolazione, con abolizione della fiscalità per redditi sotto le 10.000 sterline. A trarne beneficio saranno, secondo le stime del dipartimento economico del partito, quasi 4 milioni di cittadini britannici. Lo slogan di questo progetto è «More money into your pockets».
Il secondo step del programma prevede «a fair chance for every child», ovvero un piano di implementazione degli investimenti nel settore della scuola, cui far seguire una riduzione del numero degli studenti per classe per garantire loro una formazione personalizzata one to one, garantendo anche un innalzamento del suo livello qualitativo. Sarà dunque possibile, secondo i progetti dei Lib Dems, svincolare le possibilità di istruzione dei giovani dalle loro capacità economiche, realizzando uno dei capisaldi della politica economica del Welfare State.
Una «economia più giusta» costituisce il terzo punto della proposta presentata l’altro ieri da Clegg. È un piano che prevede una azione mirata del governo volta a garantire, da un lato, un maggiore sostegno delle banche alle imprese, attraverso una facilitazione nella concessione di prestiti, dall’altro a tutelare anche i singoli cittadini (soprattutto quelli disoccupati), che non resteranno più di 90 giorni senza lavoro, perché dopo tale periodo sarà loro garantita l’immissione nel mondo del lavoro.
Il quarto, e ultimo step, del programma di governo dei Liberaldemocratici è costituito dallo slogan «cleaning up politics». L’intento è quello di restituire credibilità alla politica, di permettere ai cittadini britannici di «[…] guardare al nostro Parlamento con orgoglio» («[…]to look at our Parliament with pride»),impedendo che siano compiuti atti illeciti da parte dei propri rappresentanti in Parlamento, che dovrebbero costituire l’esempio per tutti i cittadini, e assicurando un’azione di governo “trasparente” sotto ogni punto di vista.

È questo, dunque, il programma con cui Clegg chiede il voto degli elettori britannici il 6 maggio prossimo. Un programma in cui è l’economia a recitare un ruolo di primo piano. Come ha affermato il candidato Cancelliere dello Scacchiere per i Lib Dems, Vince Cable, «the economy was the “elephant in the room” of the election campaign», sottolineando come il tema della crisi economica abbia dominato quasi interamente lo spazio della campagna elettorale. E questo, Nick Clegg, lo ha capito sin dall’inizio, concentrando gran parte dei propri sforzi su questo tema, potendo contare su un valido collaboratore come Cable, definito da più parti come il best Chancellor. Il rimedio proposto dal tandem liberaldemocratico si basa sul taglio dei benefit per i redditi più alti, tagliando la spesa improduttiva e congelando per un anno gli stipendi dei dipendenti pubblici. Certamente il punto di forza della politica economica dei Lib Dems risiede nel progetto di riforma del sistema bancario, il cui scopo, secondo Cable, è quello di «[…] evitare che la sconsideratezza di alcuni banchieri possa tenere i contribuenti in ostaggio per ottenere da loro il pagamento di un riscatto». Quello dei Liberaldemocratici è, dunque, un piano di governo concreto e non una semplice wishful list. È un progetto realistico di rilancio che Clegg ha impostato imparando dagli errori commessi dai governi precedenti, criticando apertamente tanto i Labours quanto i Conservatives.

In questa “terza via” i Lib Dems cercano di aprirsi un varco, di trovare uno spazio concreto per porsi come autorevole voce rispetto ai due partiti avversari. Il giornalista del Guardian, John Kampfner, ha commentato il programma elettorale dei Lib Dems affermando che «[…]queste proposte fiscali sono di gran lunga le più ambiziose e redistributive di qualunque altro partito. Rafforzano il “fascino” dei Lib Dems per l’esercito degli elettori di centrosinistra delusi da un partito Laburista “guerrafondaio” e inefficace nella sua politica nei confronti delle banche […]». Dunque un atto di endorsement importante da parte di un intellettuale che in passato è stato legato ai Labours, essendo stato, tra l’altro, autore di alcuni libri sul partito di Brown, tra cui la biografia dell’ex Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth, Robin Cook, dimessosi nel 2003 dal suo incarico per dissensi sulla politica estera del governo di Tony Blair.

Dunque, il programma lanciato nella Convention di mercoledì, sembra aver riscosso buoni consensi da più parti, anche tra coloro che storicamente non si definiscono elettori del partito liberaldemocratico. È proprio a questi che Clegg ha inteso rivolgersi quando, chiudendo il suo discorso programmatico, ha affermato:

«Se questo è ciò che volete, votate per noi.
Se non avete mai votato Liberal Democrats e avete pensato:
loro hanno delle idee giuste, ma possono essere in grado di compierle?
Questo manifesto è la vostra risposta.
Noi possiamo farlo: noi vogliamo farlo».

Clegg, dunque, chiede la fiducia di quanti credono sia possibile un reale cambiamento, per rilanciare una Nazione uscita, come ogni altro Paese europeo, con le “ossa rotte” dalla grave crisi economica dello scorso anno. Secondo il politico di Chalfont St Giles questo è possibile, e per riuscirci in cambio chiede agli elettori del Regno la loro fiducia e il loro voto. Perchè, come ha detto lui, «we can: we will». Semplicemente.

Oggi il primo dibattito televisivo della storia UK. Cosa cambierà?

15 aprile 2010

La locandina con cui SkyNews sta presentando il dibattito

Oggi, alle 20.30 locali, sulla rete commerciale ITV1, in diretta da Manchester e moderato da Alastair Stewart, andrà in onda il primo dibattito presidenziale televisivo della storia del Regno Unito. È un evento storico ma anche il primo dei tre dibattiti concordati tra i candidati alla presidenza dei tre principali partiti d’Oltremanica: il premier laburista Gordon Brown, il leader dei conservatori David Cameron e quello dei liberal-democratici, Nick Clegg. I due confronti successivi andranno in onda il 22 aprile su SkyNews e il 29 su BBC1. Gli opinionisti britannici non sembrano tuttavia eccessivamente attratti dall’evento ed anzi ne sono quasi infastiditi. All’immediata vigilia, sembra essere sostanzialmente una sola la domanda che impensierisce gli editorialisti di principali quotidiani e televisioni: i dibattiti avranno un qualche tipo di effetto sull’esito delle elezioni? Secondo la commentatrice politica di BBC News, Reeta Chakrabarti, gli effetti di una così importante novità nella campagna elettorale provocheranno conseguenze imprevedibili e di gran lunga più durevoli di un possibile spostamento di preferenze alle elezioni del 6 maggio prossimo. La giornalista osserva, a tal proposito, che sull’impatto del primo dibattito televisivo americano, quello tra Kennedy e Nixon nel 1960, si discute ancora oggi.

Considerata la portata di questa novità, ci si sarebbe aspettata una maggiore attenzione da parte dei quotidiani anglosassoni, i quali hanno invece dimostrato un interesse abbastanza scialbo. I commentatori politici dei vari Times, Guardian, Independent, sembrano preoccuparsi principalmente del fatto che i dibattiti potrebbero sviare l’interesse dei cittadini dalle tradizionali abitudini della campagna elettorale, spingendoli così a valutare unicamente le qualità carismatiche dei leader e non i programmi politici, nonché spingere i candidati a dedicare eccessive attenzioni ai confronti televisivi, magari sottraendo tempi e spazi alla campagna sul territorio. Hadley Freeman, sul Guardian del 14 aprile, si preoccupa essenzialmente di quanto noiosi potranno essere questi dibattiti, con uomini di mezz’età che si azzufferanno per propagandare i propri, già tediosi, manifestos. Che il dibattito possa essere acceso e combattuto come quelli americani è, infatti, altamente improbabile. Sono state stabilite ben 76 regole da rispettare rigidamente durante i confronti e poi non è un mistero che la discussione politica del Regno Unito è storicamente più bolsa di quella statunitense. Il fatto che non ci sia mai stato un dibattito televisivo prima d’ora non è quindi un caso. L’unico tentativo di mettere in piedi un confronto mediatico tra candidati leader fu’ nel 1997, quando Tony Blair aveva tutto l’interesse nel poter esporre al grande pubblico televisivo la sua idea, poi rivelatasi vincente, di New Labour. Lo sfidante, il primo ministro uscente John Mayor, dopo una timida iniziale disponibilità si tirò indietro e i partiti si accusarono reciprocamente di non voler stare ai patti convenuti, finendo così per boicottare il dibattito.

Se in quest’occasione si è giunti a un accordo, tra addirittura i tre principali partiti, è perché, come nota ancora Chakrabarti, vi è una straordinaria convergenza d’interessi affinché il dibattito ci sia. David Cameron è considerato avanti nei sondaggi, il che solitamente rappresenta per i candidati una discriminante alla possibilità di mettersi in gioco in un dibattito, in cui ci sarebbe tutto da perdere, ma il candidato conservatore ha la caparbietà di voler dimostrare agli elettori le proprie capacità di leader e presentarsi ai cittadini come “il nuovo che avanza”, opposto alle solite facce laburiste. Gordon Brown non ha invece nulla da perdere, deve sperare in una rimonta miracolosa per ribaltare i pronostici che lo danno nettamente sconfitto e quindi confida nella forza di un’innovazione, com’è un dibattito televisivo, per convincere gli elettori che lui e il partito laburista restano comunque più competenti e affidabili dei Tories. Nick Clegg è, d’altro canto, il più soddisfatto di tutti: mai un candidato dei Lib-Dem ha avuto un’opportunità così grossa di presentarsi ai cittadini sullo stesso piano dei candidati dei due partiti maggiori. Considerando che si tratta di una prima volta per tutti, Clegg è quello che ha più da guadagnare, perché, perlomeno televisivamente, partirà alla pari con i suoi rivali.

I giornali di oggi sono ovviamente colonizzati dai retroscena sui preparativi ai dibattiti, ma finora non era mai stata data loro troppa rilevanza. O meglio, se n’è parlato spesso, ma più in termini di elemento di disturbo ai classici canoni della campagna elettorale britannica che come innovazione in grado di scombussolare l’andamento della stessa. Le televisioni che trasmetteranno i dibattiti si comportano invece in maniera marcatamente differente tra di loro. ITV, che sulla propria rete ammiraglia trasmetterà il primo dibattito di stasera, ha iniziato a pubblicizzarlo solamente oggi. Perlomeno sul suo sito Internet. Inoltre sarà impossibile accedere alla diretta streaming per chi è residente fuori dal Regno Unito, un grosso limite, apparentemente inspiegabile. Fino a ieri vi era un’unica pagina dedicata all’evento, non facile da rintracciare, con poche informazioni e la sola possibilità di inviare domande via e-mail, che poi dovrebbero essere selezionate e poste ai candidati. Un servizio offerto anche da Sky e Bbc. La rete di proprietà di Murdoch dedica invece parecchie attenzioni al dibattito, presentato quasi come un incontro di wrestling tra i tre sfidanti. Sul sito c’è un’intera sezione dedicata all’evento del 22 aprile, con notizie, sondaggi e opinioni. SkyNews sta quindi tentando di vendere il dibattito per quello che molti opinionisti non condividono che sia: un grosso evento mediatico in grado di attirare molti più spettatori della media che abitualmente segue dibattiti politici in tv. Forti di questo convincimento, i giornalisti di Sky avevano addirittura sottoscritto, la scorsa estate, una petizione che invitava i leader a tenere un confronto unicamente sulla propria rete. Raccolsero solamente 15mila firme e rimasero inascoltati, fornendo tuttavia lo spunto all’idea dei tre dibattiti che andranno in scena adesso. BBC, infine, espletando a pieno i compiti di rete pubblica, garantisce non solo tutti i servizi offerti da SkyNews, ma anche un’analisi politica dell’evento e una retrospettiva storica su dove, come e quando le televisioni hanno influito sull’esito delle elezioni. Ci sono approfondimenti, analisi, articoli satirici e numerosi video, tra cui, ad esempio, uno che mostra come la Thatcher sapesse tenere testa ai propri intervistatori, a dimostrazione del fatto che una bella figura fatta in televisione può servire a catturare elettori. Sono inoltre presenti le interviste ai tre candidati, interrogati sul perché un dibattito televisivo può essere utile agli elettori.

In conclusione si può dire che i britannici fingono di non essere troppo interessati a questa importante novità, ma si stanno crogiolando nell’attesa di sapere come andrà a finire e di capire se ci saranno conseguenze sull’esito delle elezioni. Lo scetticismo mostrato dagli editorialisti è probabilmente dovuto al fatto che considerano i dibattiti televisivi un tentativo di emulazione della politica americana. Anche perché al confronto dei vari Obama, Clinton, Reagan, i seriosi politici inglesi rischiano di farci una mesta figura. Inoltre i dibattiti potrebbero contribuire a rafforzare il trend mondiale di personalizzazione della politica, distogliendo l’attenzione dei cittadini da quelli che sono i reali problemi del Paese. Davvero i britannici baderanno alla cravatta di Gordon Brown più che ai proclami di tagli al Welfare? Staremo a vedere.

Paura e crisi economica: la campagna elettorale del Bnp

15 aprile 2010

Il British National Party dopo i buoni risultati ottenuti alle elezioni europee, dove ottenne il 6%, prova ad affermarsi anche in patria. Un compito tutt’altro che agevole se si considera come il sistema elettorale britannico, maggioritario a turno unico, non favorisca di certo la frammentazione del quadro politico, a discapito dei partiti minori. L’esito quantomeno incerto, o nel del tutto scontato, dell’imminente competizione elettorale, inoltre, rischia di consegnare al paese un “hung parliament” (parlamento appeso) che costringerà i Tories, probabili vincitori, a trovare un intesa di massima con i Lib-Dem per poter governare. Uno scenario che non avvantaggia i nazionalisti britannici, possibili vittime del cosiddetto voto utile attuato dagli elettori per far vincere il candidato meno sgradito. Tuttavia, la forte identificazione dei sostenitori con il proprio partito e il proprio leader scoraggerebbe sulla carta significative emorragie di consensi. Consensi che stando agli ultimi sondaggi potrebbero allargarsi fino a un ipotetico 5%. Le condizioni per centrare l’obiettivo non mancano; la crisi globale finanziaria che tiene sotto scacco il mondo intero rappresenta infatti un catalizzatore ideale per alimentare le idee xenofobe e antieuropeiste del Bnp.  Il partito di estrema destra spera di ripetere le gesta dei movmenti affini in Europa, a cominciare dal recente exploit del Fronte Nazionale di Gàbor Bòna in Ungheria che ha ottenuto un sorprendente 16%, passando per quello di Le Pen in Francia. Molti movimenti estremisti stanno proliferando, imponendosi progressivamente, in Belgio, Danimarca e perfino in Romania.  La strategia elettorale del movimento neofascista britannico  fa leva sul malcontento degli strati sociali più poveri della popolazione. Cerca di cavalcare la paura e l’insicurezza, predicando l’odio per l’immigrato, meglio se islamico, promettendo cure protezionistiche per rinsavire la Gran Bretagna dalla recessione economica. Concetti espressi in maniera semplice e coerente dal leader Nick Griffin, con l’intento di veicolare un messaggio semplice che possa mobilitare la propria base elettorale e colpire l’attenzione di tutte le persone insoddisfatte, desiderose di un “cambiamento dopo 65 anni di dannosa alternanza” (www.bnp.org.uk).

Conservatori vs Laburisti: chi propone il progetto economico più credibile?

14 aprile 2010

Già a partire dal quarto giorno di campagna elettorale i temi tasse e spesa pubblica dominano lo scontro tra partiti.

I conservatori propongono di ridurre le inefficienze di governo attraverso il risparmio di 12 miliardi di sterline.

Secondo George Osborne, cancelliere ombra del partito conservatore, occorre una misura aggressiva, attuabile entro breve termine, per risollevare una nazione che ha vissuto, fino a questo momento, al di sopra delle sue possibilità. Secondo il partito di Cameron, una misura aggressiva permetterebbe al paese di risollevarsi e stabilizzarsi in un arco di tempo di dieci anni. L’obiettivo dei conservatori è quello di ridurre il debito pubblico (che ammonta a 167 miliardi di sterline) più velocemente rispetto a quanto fatto dal Labour nei suoi 13 anni di governo, destinando a tale scopo 6 ei 12 miliardi di sterline risparmiate. Per quanto riguarda i restanti 6 miliardi, Cameron afferma di volerli investire in aree strategiche come la difesa e la salute, senza però entrare in merito di progetti specifici.

Ma, nello specifico, come verranno recuperati questi soldi?

- più di 2 miliardi verranno tagliati dagli stipendi pubblici ( il che potrebbe causare una perdita dai 20.000 ai 40.000 posti di lavoro)

- 2 miliardi verranno ricavati dalla contrazione dei conti delle IT, congelando la possibilità di creare nuovi contratti

- 3 miliardi saranno ottenuti dalla rinegoziazione delle dei contratti con i fornitori di governo

- 2,5 miliardi verranno recuperati dalle spese discrezionali e dalle spese dello staff di governo

Osborne propone anche il raggiungimento di un accordo con la Banca di Inghilterra per una riduzione e stabilizzazione dei tassi di interesse sui prestiti, in modo da incentivare gli investimenti e incrementare i consumi. Questa iniziativa preoccupa molto il leader liberaldemocratico Clegg, il quale sostiene che sia i conservatori che i laburisti, promuovendo una politica economica in stile “Buy Now, Pay later” non stiano procedendo nella direzione giusta per risollevare la Gran Bretagna.

Anche Il cancelliere laburista Alistair Darling non si esime dall’ esprimere le sue perplessità circa le misure proposte dai conservatori che ritiene troppo severe per un momento di così difficile ricostruzione economica.

I laburisti e le Unioni dei Lavoratori contestano l’idea dei conservatori di ridurre il budget di governo di 12 miliardi di sterline perché tale somma causerebbe la perdita di lavoro per decine di migliaia di lavoratori del settore pubblico facendo riaffiorare l’ incubo inglese dell’austerity tatcheriana degli anni ’80. Cameron, di fronte a queste accuse, non manca di sottolineare come questa cifra risulti irrisoria per un paese che ha un PIL di 2.680.000 Miliardi di sterline, in quanto si traduce nella rinuncia di appena una sterlina ogni cento per ogni cittadino inglese.

La proposta che i Labour avanzano prevedrebbe l’aumento dell’ 1% della National Insurance per coloro che guadagnano più di 20.000£ annue; essi si impegnerebbero ad attuare questa misura a partire dall’ aprile 2011 per permettere al paese di prendere nuovamente respiro dopo la crisi economica.

I conservatori la ritengono pericolosa per la salute dei conti pubblici e improduttiva. In queste affermazioni si rivedono anche gli 81 leader imprenditoriali che hanno inviato una lettera aperta al quotidiano Telegraph dimostrando il loro appoggio alla posizione del partito di Cameron. Essi definiscono inopportuna la proposta Laburista, accusata di non aver effetti positivi sul il ciclo economico nazionale, e di risultare inutilmente dannosa per le aziende. La risposta alla lettera pubblicata sul noto quotidiano inglese arriva direttamente da Peter Mandelson, ministro delle attività produttive del governo Brown, il quale esorta gli elettori ad analizzare con diffidenza le promesse dei conservatori, che celerebbero retroscena spiacevoli come ad esempio un aumento della VAT (Imposta sul Valore Aggiunto) che andrebbe a ricadere sui consumatori indebolendoli ulteriormente.

Di fronte ad un piano conservatore molto dettagliato, che risulta abbastanza credibile agli occhi degli elettori, i laburisti sono consapevoli del fatto che se non riusciranno a controbattere in maniera efficace tali promesse, rischieranno di pagare questa manchevolezza in termini di consensi alle urne, sprecando così le comprovate capacità del leader Gordon Brown in termini di Economia.

La situazione è resa ulteriormente incerta anche dal pericolo che si prospetti uno Hung Parliament che renderebbe i partiti meno propensi ad attuare misure economiche restrittive onde evitare di compromettere le possibili alleanze di governo. Non resta che aspettare l’esito elettorale.


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