La campagna dei Liberal Democrats è stata lunga, ben combattuta e spesso condotta sull’onda dell’entusiasmo. Infatti, il loro leader, Nick Clegg, da “terzo incomodo” nel duello Conservatives-Labour, si è rivelato essere il vero protagonista della competizione, meritandosi l’appellativo di kingmaker, ovvero l’uomo decisivo per la formazione del nuovo governo. All’inizio della campagna, infatti, i Lib Dems non erano considerati una reale minaccia per il duopolio consolidato dei Tories e dei Laburisti. Ma, già alla fine di marzo, alcuni sondaggi (in particolare IPSOS Mori) prefiguravano l’avvento di un hung parliament, cioè di un parlamento “impiccato”, in cui nessuno dei due maggiori partiti avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta, e in cui il partito di Clegg sarebbe risultato decisivo per formare il nuovo governo. Tra le diverse ipotesi di coalizione che furono avanzate, quella tra Lib Dems e Labour Party sembrava essere la più credibile, soprattutto per la loro affinità su numerosi temi, soprattutto di politica sociale. Affinità già espressa in altri contesti, quali il Parlamento scozzese o la National Assembly of Wales, portati ad esempio da numerosi esperti a sostegno di una coalizione rosso-gialla a Westminster. Che qualcosa di diverso, questa volta, sarebbe potuto accadere, si è iniziato a capirlo chiaramente solo i primi giorni d’aprile, quando su Channel4 fu trasmesso “Ask the Chancellor”, il dibattito tra i tra candidati Cancellieri dello Scacchiere, in cui si registrò un altissimo gradimento per Vince Cable e le proposte in materia economica dei Lib Dems, tra cui spiccavano la riforma del sistema fiscale per favorire i redditi medio-bassi, sussidi per l’istruzione ai bambini meno abbienti e un piano di risanamento dei conti pubblici. Quindi un programma orientato al Welfare State, la cui parola d’ordine era “fairness”, giustizia, e per questo giudicato più affine ai Laburisti in caso di un’alleanza di governo. Ma Clegg, durante tutta la campagna elettorale non ha risparmiato attacchi ad ai propri avversari, definiti a più riprese, «rappresentanti della vecchia politica». Durante tutta la campagna, il leader dei Lib Dems ha voluto presentarsi come l’ “uomo nuovo”, il simbolo del cambiamento, di un nuovo modo di fare politica, con l’obbiettivo di governare – volendo citare Abramo Lincoln – «per il popolo e con il popolo» e screditando i partiti maggiori, dimostratisi sordi ai bisogni dei cittadini. Ha puntato, dunque, molto sulla sua immagine, presentandosi come un politico piuttosto giovane (43 anni), estraneo ai giochi di potere della “vecchia politica” (è leader dei Lib Dems dal 2007), ma comunque abbastanza esperto per alcuni incarichi già svolti presso il Parlamento europeo e come membro della Camera dei Comuni eletto nel collegio di Sheffield Hallam dal 2005. Ma il fenomeno Clegg è esploso in tutta la sua dirompenza dopo il 15 aprile, quando è andato in onda su ITV il primo dibattito tra i tre candidati premier. Il leader dei Lib Dems è uscito vincitore da questa contesa: apparendo chiaro, sicuro di sé e fuori dai vecchi giochi di potere, è riuscito a conquistare i consensi di una larga fetta dell’opinione pubblica, che lo ha premiato per due settimane ponendolo in testa a tutti i sondaggi. È stato questo il punto più alto della campagna di Clegg, l’acmè della sua corsa al numero 10 di Downing Street. Se il primo dibattito ha rappresentato il punto di massima popolarità di Clegg, il secondo dibattito televisivo, invece, ha costituito un punto di rottura, poiché da questo momento in poi è iniziato il lento declino del politico di Chalfont St. Giles. Un declino causato, non tanto dagli scandali sollevati da alcuni giornali filo-conservatori quali il Daily Telegraph e il Daily Mail circa alcuni sospetti su finanziamenti poco chiari ricevuti quando Clegg non era ancora leader del partito, quanto piuttosto da un cambio di rotta nella sua strategia. Infatti, come, a mio avviso, ha ben analizzato il giornalista Greg Hurst sul Times del 7 maggio, lo scarso risultato in termini di seggi conseguito dai liberaldemocratici è da addebitare agli errori di strategia commessi da Clegg durante la campagna elettorale, soprattutto al mutamento della propria strategia rivelatasi vincente fino a quel momento. In tutti i suoi interventi, infatti, il leader dei Lib Dems aveva parlato di temi concreti, dando l’impressione di essere più interessato ai problemi dei cittadini piuttosto che a concorrere con i propri avversari per la conquista del potere. Invece, negli ultimi venti giorni di campagna, Clegg non ha parlato più di politica (intesa come policy), non aveva più quella visione articolata delle cose, riducendo spesso i suoi discorsi a questioni di poltrone contro i Labours e alla loro possibilità di diventare il terzo partito dopo il 6 maggio. I Lib Dems hanno, così, subito una perdita di appeal, testimoniata anche dai sondaggi che, mentre il 27 aprile li vedevano attestarsi al 30%, alla vigilia del voto prevedevano un risultato attestato attorno al 26%. Come ha scritto Hurst, finché Clegg ha mantenuto il suo messaggio originale, e per certi versi radicale, ha potuto superare la sua più grande debolezza, ovvero l’essere un leader relativamente poco conosciuto. Dopo essersi lasciato trascinare in speculazioni sull’hung parliament, questi attacchi hanno iniziato a danneggiarlo. Nonostante il risultato del partito non sia stato esaltante (con una perdita di 5 seggi rispetto al 2005), Nick Clegg può definirsi comunque soddisfatto dell’esito di queste elezioni. Infatti, dopo alcuni giorni di consultazioni febbricitanti, è stato siglato l’accordo tra Lib Dems e Conservatives, in forza del quale Clegg è stato nominato Deputy Prime Minister, ovvero vice premier del governo targato David Cameron. Ai Lib Dems sono spettati quattro incarichi ministeriali più altri sedici ruoli di secondo piano nel governo. Alla fine Clegg ha vinto le resistenze e le perplessità di una parte del suo partito più legata alla tradizione socialdemocratica, stringendo l’alleanza con il partito conservatore. Il leader dei Lib Dems, in un editoriale apparso sul Guardian venerdì 14 maggio, ha motivato la scelta di allearsi con Cameron spiegando l’impraticabilità dell’alleanza con i Labours per una mancanza di “numeri” e la necessità di sostenere un governo che altrimenti sarebbe stato troppo debole per affrontare i problemi economici che gli si pongono davanti. Ha sottolineato, comunque, che al di là delle differenze esistenti tra i due partiti, sono stati trovati punti di accordo su temi molto importanti per i Lib Dems, contenuti nell’ accordo di coalizione denominato “Building a fairer Britain in government”, approvato dalla Conferenza speciale del partito domenica scorsa. I punti di accordo tra le parti sono costituiti da: riforma del sistema fiscale, investimenti nelle energie verdi, creazione di una commissione per la riforma del sistema bancario, referendum per la riforma elettorale, ed elezione con sistema proporzionale della Camera dei Lords. La neonata alleanza giallo-blu sembra trovare il proprio punto di massima coesione proprio sulle tematiche del liberismo economico. Clegg, infatti, ha ribadito tra i suoi impegni quello di «restaurare e proteggere le nostre libertà civili duramente acquisite», definendo questo progetto “Agenda Liberalismo”, basata sulla cessione di poteri in tema di servizi pubblici a consigli e comunità locali, e sulla difesa dei diritti e delle libertà delle persone da interventi arbitrari dello Stato. Sulla tenuta di questo governo è difficile esprimersi. Non sarà facile per Cameron rinserrare le fila di un governo che al suo interno conta anime politiche piuttosto diverse tra loro. Per questo governo non resta, dunque, che affrontare i problemi più urgenti del Paese, facendo appello a quel “senso di unità nazionale” più volte richiamato da Cameron e da Clegg.
Un bilancio finale sulla campagna dei Liberal Democrats
20 maggio 2010Chi ha vinto e chi ha perso, uno sguardo al futuro del Labour Party
13 maggio 2010I conservatori hanno vinto, anzi non hanno vinto. I laburisti, come previsto, hanno perso, ma poteva andare peggio. I liberaldemocratici hanno perso eppure sono gli unici vincitori morali di queste elezioni. Ecco, ad una settimana dal voto, quel che si può dire, in poche parole, in merito alle elezioni generali del Regno Unito del 2010. I conservatori guidati da David Cameron sono il maggior partito ai Comuni ma non ottengono la maggioranza assoluta di 326 deputati (si fermano a 306 – 36,1%); i laburisti del Primo Ministro uscente Gordon Brown hanno perso, dopo 13 anni, la guida del paese e conquistano 258 seggi (29%); mentre Clegg non riesce a far decollare i liberaldemocratici i quali, pur ottenendo il 23% del voto popolare, conquistano solo 58 seggi. Tuttavia, al termine di una settimana di colloqui concitati, sono proprio questi ultimi 58 parlamentari liberaldemocratici a risultare decisivi per la formazione di un governo pluripartitico (l’ultimo era stato quello di Churchill in tempo di guerra). Alla fine Cameron e Clegg hanno smussato gli angoli ed hanno trovato l’accordo per formare un gabinetto che, oltre al leader, includa altri 4 liberaldemocratici.
L’altro ieri, l’11 maggio, in rapida successione le dimissioni del premier uscente, Gordon Brown; l’incarico della regina al premier in pectore, David Cameron, il quale ha fatto rapido ingresso al n° 10 di Downing street ; ed infine l’ufficializzazione di Nick Clegg quale vice Primo Ministro. Quest’ultimo, tra le altre cose, è riuscito a spuntarla su riforma elettorale in senso proporzionale (si farà un referendum) e sulla rinuncia, da parte di Cameron, ad una importantissima prerogativa regia quale l’arbitraria decisione, di norma spettante al Primo Ministro, sulla data nella quale indire le elezioni, che solitamente si tengono quando questi lo ritenga più opportuno per la sua parte politica. La prossima tornata elettorale, salvo sorprese, è infatti fissata per il primo giovedì di maggio del 2015.
Il partito laburista ne esce sconfitto, ma la debacle elettorale sarà senza dubbio vissuta come forza che allo stesso tempo distrugge e ricrea. Le dimissioni di Brown aprono la strada alla nuova e giovane classe dirigente progressista e, più in generale, ad un ripensamento globale delle linee guida del partito. Il più quotato successore dell’ex premier scozzese appare, al momento, David Miliband, quarantacinquenne, ma non sono da escludere le candidature del fratello, Edward, o di qualche altro giovane rampollo laburista. Per la sinistra britannica, a conti fatti, la sconfitta pare meno dolorosa del previsto. Cameron è stato costretto ad un governo di coalizione ed oltretutto lo ha dovuto formare con un partito, quello liberaldemocratico, non proprio vicinissimo alle posizioni conservatrici. Si prospettano perciò cinque anni di mediazioni e trattative all’interno di un esecutivo oggettivamente instabile (relativamente all’esperienza di governo britannico) che gode di una maggioranza non esigua ma nemmeno poi così tanto ampia (364 seggi). È perciò assai probabile che la legislatura si concluda anticipatamente e che, passata la crisi, gli elettori saranno presto richiamati alle urne. All’interno di uno scenario in cui il labour è minoranza si tratta quasi di una manna dal cielo: se infatti i conservatori avessero ottenuto la maggioranza assoluta si sarebbe aperto un ciclo simile a quello della Thatcher o di Blair, ovvero di un lungo periodo in cui è il medesimo partito a vincere più elezioni in serie. Cameron invece sarà costretto a rivedere e/o abbandonare alcuni dei punti chiave del suo manifesto elettorale e questo scontenterà parecchi elettori che gli hanno concesso fiducia il 6 maggio scorso. Sul fronte liberaldemocratico si è visto che nemmeno un leader giovane e preparato come Clegg riesce a scalfire la ripartizione dei seggi fortemente sbilanciata in favore dei due partiti maggiori (conservatori e laburisti) e nemmeno una riforma in senso proporzionale (voto alternativo) cambierà nei fatti il sistema.
In conclusione, sempre all’interno di un ragionamento che parta da una posizione in cui la sinistra è minoranza parlamentare, per il labour queste sono le premesse migliori per tornare competitivo alle prossime elezioni e tentare di tornare al governo.
Le sette vite di Nick Clegg: da sconfitto a kingmaker
11 maggio 2010Alla fine non è andata come si aspettava. Per Nick Clegg la notte tra giovedì e venerdì non è stata, come forse ci si aspettava, il momento dei festeggiamenti e della tanto attesa svolta per i Liberal Democrats e per il Regno Unito. È stato un risultato “amaro” per il giovane leader, che ha dovuto incassare un colpo basso, sferrato proprio da quegli elettori che, dopo il primo dibattito televisivo di un mese fa, gli avevano tributato tutto il loro apprezzamento, rispetto ai due sfidanti percepiti come i rappresentanti della vecchia politica. Nonostante i sondaggi delle ultime settimane prospettassero, per i Lib Dems, il conseguimento di circa 100 seggi alla Camera dei Comuni, i risultati finali di venerdì mattina hanno materializzato una realtà ben diversa: i rappresentanti del partito nella Camera “bassa” del Parlamento britannico saranno solo 57, ovvero 6 in meno rispetto alle elezioni del 2005. Quindi la “bolla” Clegg sembra essere esplosa, ridimensionata dall’esito delle urne: i Lib Dems restano il terzo partito del Paese, staccati nettamente dai loro avversari (Conservatives e Labour), considerati in crisi, ma ancora capaci di ottenere quasi i 2/3 dei voti degli elettori. Come lo stesso Clegg ha affermato in una dichiarazione rilasciata venerdì 7 maggio sul risultato elettorale «Molte, molte persone durante la campagna elettorale erano emozionate per la prospettiva di avere qualcosa di differente, ma sembra che quando sia giunto il momento del voto, molti di loro, alla fine, abbiano deciso di restare fedeli a coloro che conoscono meglio[…]». Il leader dei Lib Dems ha, dunque, riconosciuto la voglia di cambiamento dei cittadini britannici, ma ha anche osservato come questi abbiano inteso rivolgersi alle forze politiche che conoscevano meglio, soprattutto in questo difficile periodo di crisi che sta investendo l’economia mondiale.
Ma se analizziamo il voto con più attenzione, possiamo definire il risultato dei Lib Dems non del tutto negativo. Infatti il voto popolare ha consegnato alla Nazione il primo Parlamento “impiccato” (il tanto temuto hung parliament) dal 1974, in cui proprio il partito di Clegg risulta essere decisivo. Infatti, i Conservatori di David Cameron si sono fermati a quota 306 seggi, ben 20 sotto la soglia decisiva per ottenere la maggioranza assoluta e il mandato per formare un governo “monocolore”, mentre il Labour Party di Gordon Brown ha conquistato 258 seggi (87 in meno rispetto al 2005), riuscendo a limitare i danni di una campagna elettorale giudicata, da più parti, disastrosa. Dunque in un Parlamento così costituito, il “tesoretto” di seggi Lib Dem diventa importantissimo per la formazione del nuovo governo. All’indomani del voto, Clegg in una dichiarazione rilasciata ad una riunione del gruppo dei Lib Dems a Westminster, ha ribadito che «[…]il partito che ottiene più voti ha per primo il diritto di formare il nuovo governo […]». Per tale ragione sono in corso, a tutt’oggi, quotidiane riunioni tra i leader dei Conservatives e dei Liberal Democrats, Cameron e Clegg, per trovare una convergenza su alcuni temi reputati da quest’ultimo fondamentali e imprescindibili per una possibile alleanza di governo, in particolare il tema del rapporto tra Regno Unito e Unione Europea e quello (più importante) della riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Da deluso e umiliato, Clegg è diventato l’arbitro della contesa, il kingmaker di queste elezioni. Ora tocca a lui decidere se concedere a David Cameron i suoi 57 seggi e quindi la maggioranza assoluta del Parlamento, oppure correre in aiuto di Brown e stringere con il Primo Ministro uscente un’alleanza di governo ideologicamente più forte, ma estremamente debole in termini di numeri. Come ha scritto Bernardo Valli su La Repubblica dell’8 maggio, Clegg rivolgendosi prima a Cameron «non è venuto meno ai suoi principi […]. [Il suo partito] è filo-europeo, è favorevole al servizio pubblico e alla protezione sociale come i laburisti, ma condivide il liberismo dei conservatori pur rimproverandogli l’avversione a un aumento della pressione fiscale [soprattutto per i redditi più alti], indispensabile per ridimensionare il debito pubblico».
Il problema per Clegg, ora, è compiere la scelta migliore, non solo per i cittadini britannici, ma anche per il suo stesso partito. Infatti molti deputati liberaldemocratici hanno paura che un’alleanza Con-Lib possa erodere il consenso degli elettori verso il partito, considerato spesso, in questa campagna, come l’antagonista più credibile dei Conservatori. Infatti, secondo Tim Horton, direttore di ricerca della Fabian Society, il 43% degli elettori dei Liberal Democrats si definiscono di sinistra o centrosinistra, il 29% si sentono orientati al centro, mentre solo il 9% si definirebbe di destra o centrodestra. Per tale ragione, secondo Horton, in una possibile prossima elezione, 15 dei 57 seggi liberaldemocratici potrebbero passare ai Laburisti nel caso in cui gli elettori delusi cambiassero partito, permettendo ai Labours «di ottenere la maggioranza in una possibile seconda elezione nel 2010». Ieri, in una intervista al Guardian, Lady Shirley Williams, una dei fondatori nel 1981 del SDP (Social Democratic Party, oggi fuso con la Liberal Alliance nel partito di Clegg) e leader dei Lib Dems alla Camera dei Lords dal 2004 al 2007, ha messo in guardia la leadership del partito liberaldemocratico dallo stipulare un’alleanza formale con i Tories, mostrandosi più favorevole a una collaborazione esterna solamente su temi fondamentali per l’interesse della Nazione, affermando la necessità di una «rapida ed efficace azione trasversale ai partiti per ridurre il debito pubblico e approvare le necessarie riforme».
Le notizie, a tal proposito, si sono accavallate nelle ultime ore. Ieri Sky News,ha diffuso la notizia secondo cui sarebbe stato trovato l’accordo tra i leader di Lib Dems e Tories. Per ieri si attendeva il parere dei parlamentari dei rispettivi partiti, in particolare dei Lib Dems, che (sempre secondo la testata vicina ai Conservatori) avrebbero dovuto convocare una riunione nel loro quartier generale per esprimere il loro parere sulle trattative tra Cameron e Clegg. Non sarebbe stata una seduta facile per il partito e per Nick Clegg, il cui primo obbiettivo restava e resta quello di evitare lacerazioni tra i suoi uomini e possibili scissioni all’interno del partito. Ma l’ultima notizia in ordine di tempo, riportata anche da alcuni quotidiani italiani, riferisce di un’improvvisa nuova mossa da parte di Clegg, che avrebbe deciso di intavolare ufficialmente delle trattative anche con il Labour Party, ponendo però, come condizione necessaria alla buona riuscita di tale confronto, le dimissioni entro poche settimane di Gordon Brown. Il Primo Ministro sembra essersi detto disponibile a cedere la leadership del partito, soltanto, però, dopo aver guidato il Paese fuori dalla crisi economica e aver approvato la riforma elettorale. Intanto il ministro degli Esteri David Miliband è già stato indicato come suo possibile successore, anche se, come è facile prevedere, non sarà facile mettere d’accordo l’establishment del partito di Brown.
Il risultato deludente dei Lib Dems in termini di seggi è stato analizzato da molti in modo differente. Un’analisi interessante è stata compiuta dal giornalista Greg Hurst in un suo articolo pubblicato sul Times venerdì 7 maggio. Secondo Hurst questo scarso risultato, è frutto degli errori commessi da Nick Clegg durante la campagna elettorale, colpevole di aver mutato la propria strategia, fino a quel momento rivelatasi vincente, nel week end successivo al secondo dibattito televisivo. Fino a quel momento, in tutti i suoi interventi, il leader liberaldemocratico aveva parlato di temi concreti, portato avanti le sue battaglie, come la riduzione delle tasse per i redditi medio-bassi, la riforma del sistema bancario e la riduzione del debito pubblico, dando l’impressione di essere più interessato ai problemi dei cittadini piuttosto che a concorrere con i propri avversari per il potere. Invece, dall’ultima settimana di aprile, iniziò ad affermare, in modo arrogante, che non avrebbe sostenuto Brown a «tornare al n°10 di Downing street», soprattutto se il Labour fosse diventata la terza forza politica del Paese. Come ha scritto Hurst «[…] Il Labour, come possiamo vedere nella fredda luce del giorno dopo le elezioni (“in the cold light of the day after polling day”), non è diventato il terzo partito[…]». I cittadini, probabilmente, hanno registrato questo cambiamento, vedendo Clegg non parlare più di politica (intesa come policy), non avere più quella visione articolata delle cose. Secondo loro il leader dei Lib Dems parlava come un qualunque altro politico.
E infatti questo processo è evidente anche nell’andamento dei sondaggi. Il 27 aprile le rilevazioni statistiche in media vedevano i Tories al 33% dei voti, i Liberal Democrats al 30% e i Labours terzi con il 28%. Invece alla vigilia del voto, i Tories sono saliti al 35%, i Labours al 29% mentre i Lib Dems sono scesi al 26%. Secondo gli analisti questo crollo non è stato causato dalla voglia degli elettori di evitare il tanto temuto hung parliament come accadde nel 1992 (elezione di John Major per i Conservatives), bensì è stato dovuto dalla perdita di appeal dei Lib Dems, e in particolare del suo giovane leader.
Un altro fattore che sta a testimoniare l’inefficacia della campagna di Clegg nelle ultime settimane è quello del suo rapporto con i media. Nonostante il supporto ricevuto da giornali come il Guardian, l’Observer, l’Independent, Clegg ha dovuto affrontare giornalmente un attacco incrociato da parte della stampa a lui ostile e dei suoi avversari sin dal suo exploit nel primo confronto televisivo. Ma, finchè il leader Lib Dem è stato abile a rendere il suo messaggio originale, nuovo e, per certi versi, radicale questi attacchi non sembravano danneggiarlo. Anzi, come ha scritto Hurst, tutto questo «[…] lo ha aiutato a superare la sua più grande debolezza (“his biggest weakness”), ovvero l’essere un leader relativamente nuovo (è stato eletto nel dicembre 2007) e poco conosciuto al grande pubblico». Invece, dopo essere stato coinvolto nelle speculazioni sul possibile hung parliament questi attacchi hanno iniziato a danneggiarlo.
Dunque il fallimento dei Liberal Democrats in queste elezioni 2010 risiede nell’incapacità di trasformare quell’entusiasmo quel supporto senza precedenti in un numero di seggi maggiore di quelli ottenuti. La responsabilità di tale risultato sarebbe, quindi, da rintracciare negli errori commessi dal loro leader, Nick Clegg durante la campagna, e soprattutto dopo l’ottimo risultato, in termini di popolarità, raggiunto in seguito al primo dibattito televisivo.
Comunque ora il gioco è nelle mani di Clegg, che potrà decidere il destino del prossimo governo. Le trattative con i Tories sembrano procedere bene, anche se qualche fonte d’informazione come il Times rivela che ci potrebbero essere dei contatti segreti tra Lib Dems e Labour per la formazione di un esecutivo rosso-giallo. Si tratta però di manovre per noi imperscrutabili e di cui vedremo solo i frutti. Non resta che aspettare e vedere come i leader risolveranno questa situazione di stallo. Quel che è certo è che Clegg è riuscito a essere il kingmaker e sarà lui a porre l’ultima parola sulla questione, magari anche riportando gli elettori britannici alle urne.
Sulla via del compromesso
10 maggio 2010Ebbene le urne hanno tuonato! Il tanto agitato fantasma dell’Hung Parliament si è infine rivelato una previsione azzeccata. Con 306 seggi, i Conservatori non possono governare e come ci si aspettava sono costretti a contendersi col Labour i favori dei Liberal Democratici. Non di certo una vittoria per il partito di Cameron, che pochi mesi fa era dato per trionfante. Ecco allora scatenarsi l‘ira di Lord Ashrcoft, il maggior foraggiatore della causa conservatrice britannica, furioso per aver speso ben 5 milioni di sterline per la conquista di collegi marginali poi caduti sotto i colpi Laburisti e Liberali. Il ricco Lord, non pago della figuraccia a cui costrinse il suo partito quando dichiarò di avere lo status di “non domiciliato” per poter pagare meno tasse, alza il dito contro il leader Tory per non averlo, a sua detta, difeso abbastanza in quella situazione, e per aver incautamente accettato il confronto televisivo con gli avversari. Certo che chiunque si arrabbierebbe dopo aver buttato 5 milioni di sterline, ma un po’ di coerenza non guasterebbe! Abbiamo già infatti dimostrato quanto prima del dibattito Cameron fosse il leader più gradito agli occhi dell’elettorato inglese e che in quanto ad appeal televisivo non temesse di certo il confronto col compassato Brown. Il problema è che nessuno si aspettava l’exploit di Nick Clegg, che durante tutti e tre i dibattiti, ha fatto buon gioco nell’attaccare gli avversari, definendoli come la causa di tutti i mali della politica britannica. C’è anche da dire che è materia d’esame il fatto che un candidato in forte vantaggio dovrebbe evitare il confronto diretto poiché corre il rischio di favorire chi non ha nulla da perdere, evidenziando le debolezze prima nascoste da una campagna elettorale ben condotta (Berlusconi docet). Ma a quanto pare Ashcroft non sarebbe l’unico ad aver alzato la voce. Sembrerebbe infatti che alcuni membri della direzione del partito abbiano accusato George Osborne di aver condotto la campagna elettorale “dal retro della sua porsche, con una tazza in mano, insieme alla sua viscida cricca della quale dovrebbe liberarsi per il bene del partito”. Che non fosse esattamente un beniamino dei sostenitori Tory era già noto. Da tempo infatti era considerato come l’anello debole della squadra e ora, nonostante abbiano ottenuto la maggioranza dei seggi, nel partito non tira affatto una buona aria! Qualcun’altro parla del fallimento della Big Society sulla quale aveva tanto insistito Cameron, ossia quel network di sostenitori che avrebbero dovuto sostenere la campagna elettorale unendosi e attivandosi dal basso sul modello Obama…”a complete Crap”!
Certo è facile lamentarsi col senno di poi! Cameron all’interno del partito è stato un grande innovatore, e ora accusare ogni singolo cambiamento come un fattore di declino del successo Tory, è decisamente troppo riduttivo! Se i Conservatori hanno guadagnato ben 100 seggi in piu rispetto alle elezioni del 2005, è stato sopratutto grazie alle innovazioni di Cameron. Osborne, Letwin, Gove, Steve Hilton e Andy Coulson hanno fatto il possibile per portare un’aria nuova all’interno di un partito in cui l’aria stava esaurendo.
Ora però il partito è costretto a trovare un compromesso. L’area piu conservatrice che si è sempre opposta all’ipotesi della riforma elettorale dovrà chinare il capo se sperano di trovare un accordo col partito di Clegg. Non sarà facile mettere assieme le anime dei due partiti divisi anche in Europa; i Conservatori con l’era Cameron hanno scelto infatti di entrare nel partito degli Euroscettici, manifestando più volte la loro ferma opposizione all’ingresso della Gran Bretagna nella zona Euro. I Lib Dem, cofondatori del Partito Liberale Europeo (ALDE), hanno sempre sostenuto una politica piuttosto di collaborazione con l’UE, decidendo di lasciare agli elettori, tramite referendum, la scelta se entrare o meno nella moneta unica.
Se nella giornata di oggi Cameron dovesse riuscire a convincere Clegg a trovare un compromesso anche su temi scottanti come quelli europei, allora si apriranno le porte ad un governo di coalizione, altrimenti l’orecchio sul versante Labour potrebbe rimanere aperto.
Elezioni generali 2010: le regole del gioco
6 maggio 2010Nonostante in questo blog si sia parlato a lungo di candidati, sondaggi e partiti, forse sarebbe stato meglio partire da quelle che sono le regole del gioco che hanno caratterizzano questa – quasi conclusa – competizione.
La pregressa conoscenza di queste diventa ancora più importante, se non fondamentale, quando la competizione che si sta analizzando è quella elettorale, perché il frame giuridico e normativo nel quale la loro disciplina si colloca è, insieme ad altri fattori ugualmente rilevanti (come la propaganda in senso lato, di cui però non intendo occuparmi in questa sede), fondamentale per meglio comprendere le dinamiche con le quali i diversi attori hanno a che fare.
In particolar modo è bene sottolineare la stretta interconnessione tra una normativa concernente alla propaganda politica durante una campagna elettorale ed una legislazione che assicuri la massima trasparenza dei finanziamenti ai partiti politici, tant’è che spesso la legislazione in materia di finanziamento partitico comprende quella concernente la propaganda.
Come è successo nel nostro paese – che ha conosciuto una vera e propria disciplina organica in materia solamente con l’introduzione della legge n.515/1993 – anche nel Regno Unito, almeno fino alla seconda metà degli anni ’90, la disciplina in materia è stata frammentata e disorganica: soltanto nel 2000, infatti, con l’emanazione del Political Parties, Elections and Referendums Act (da qui in poi PPER Act), il Regno Unito è passato dall’essere uno degli ordinamenti meno regolati a uno di quelli più modernamente e accuratamente disciplinati, con l’imposizione di numerose clausole e controlli che condizionano il campo d’azione dei partiti, soprattutto in materia di finanziamenti.
La spinta verso questo cambiamento di rotta fu determinata dall’accendersi del dibattito politico e da una allarmante preoccupazione in seno all’opinione pubblica, soprattutto in relazione ad una serie di scandali – concernenti finanziamenti che potevano apparire, se non addirittura illegittimi, quantomeno criticabili – che videro coinvolti entrambi i maggiori partiti di riferimento, Labour e Conservatives, che contribuirono non poco ad aumentare la disaffezione nei confronti di questi ultimi. Citando Carlo Fusaro, parlando del sistema precedente al PPER Act, si poteva dire che “le finanze dei partiti costituivano una sfera praticamente inaccessibile a qualsiasi forma di controllo pubblico”.
Nel Regno Unito dell’era pre-PPER Act, infatti, era ancora vigente il Corrupt and Illegal Practice Act, del 1883, che per la prima volta imponeva ai candidati dei limiti di spesa. Tale normativa fu ripresa solamente a distanza di un secolo, nel 1983 e nel 1985, con l’emanazione del Representation of the People Act.
Il primo passo per uscire fuori da questa situazione di sostanziale anarchia normativa, fu intrapreso dal Governo Blair all’indomani della vittoria elettorale del 1997, con l’istituzione di una commissione ad hoc, la Neil Committee, cui rapporto, pubblicato nell’ottobre dell’anno successivo, prevedeva una serie di limitazioni particolarmente stringenti per il finanziamento della politica. Fra queste limitazioni si possono segnalare il divieto per i partiti di accettare donazioni anonime o provenienti dall’estero, l’obbligo per i partiti politici a dichiarare le donazioni superiori ad un certo importo, di costituire una commissione elettorale indipendente con il compito di vigilare sul rispetto degli obblighi e dei divieti fissati dalla normativa. Nel 1999, con l’elaborazione di un White Paper “Political Parties, Elections and Referendums”, la strada verso una riforma era stata spianata.
Il PPER Act del 2000, infatti, rappresenta il primo tentativo della storia legislativa britannica di affrontare in modo organico la disciplina delle campagne elettorali, soprattutto per quanto concerne gli aspetti del finanziamento della politica, ponendo un’attenzione particolare sulla gestione delle risorse finanziarie dei partiti politici e sul finanziamento della propaganda elettorale.
Ad onor del vero, però, bisogna aggiungere che il PPER Act è andato a modificare solamente in parte la disciplina previgente menzionata prima, imponendo a ciascun candidato in un collegio elettorale di nominare un Election Agent, figura simile al mandatario dell’ordinamento italiano, al quale imputare la responsabilità della raccolta fondi e delle spese durante il corso della campagna elettorale – il mandatario italiano, invece, è responsabile solamente per le entrate, ma non delle uscite – e del rispetto dei limiti di spesa imposti per il periodo di campagna elettorale.
Un ulteriore strumento utile all’impedire il superamento dei limiti di spesa è l’introduzione del divieto di spesa ai cosìdetti Third Parties, una species costituita da tutti quei singoli o associazioni – diversi quindi da candidati o dagli election agents – che indipendentemente dalla campagna elettorale, volendo sostenere – o contrastare – un candidato, potrebbero sostenerlo finanziariamente, contravvenendo così ai limiti imposti dalla legge attraverso l’utilizzo di un artificio formale: intestare cioè una parte di spese ad un soggetto terzo, rendendole in tal modo non computabili sull’ammontare delle spese del candidato o dell’agent.
Il limite imposto ai Third Parties è stato modificato dal PPER Act ed è al momento pari al valore di 500£.
Una delle innovazioni principali introdotte nell’ordinamento britannico dal Political Parties, Elections and Referendums Act, è senza dubbio l’istituzione della Electoral Commission, un’autorità indipendente – responsabile nei confronti della House of Commons – e dotata di importanti poteri di monitoraggio, controllo e consulenza per tutto ciò che rientra nell’attività finanziaria dei partiti e della campagna elettorale. Come dimostrazione della effettiva indipendenza di quest’organo, è a mio avviso interessante sottolineare, come la carica di membro dell’Electoral Commission – di norma della durata decennale – decada nel caso di iscrizione ad un partito registrato, di candidatura a carica elettiva e di donazione economica a favore di un partito.
Il PPER Act, inoltre, prevede la registrazione obbligatoria dei partiti politici presso la Electoral Commission, che è tenuta a verificare la correttezza di tale registrazione. Prima del 2000, infatti, non esisteva una chiara distinzione tra partito inteso come associazione politica, clubs e associazioni volontarie, tant’è che la questione sullo status dei partiti è stato affrontato in passato anche in sede giurisdizionale. La registrazione dei partiti diventa ancora più cruciale se inserita non solo nell’ottica dell’introduzione del sistema elettorale misto per le elezioni locali delle Assemblee di Scozia e Galles, ma anche e soprattutto per il fatto che il riconoscimento dello status di partito era funzionale alla previsione di un finanziamento pubblico dei partiti stessi: senza questo “riconoscimento”, molte associazioni non registrate avrebbero potuto richiedere ed ottenere tali finanziamenti pubblici per il semplice fatto di svolgere attività politica in senso lato.
Come già menzionato, inoltre, il PPER Act introduce in capo ai partiti una serie di controlli e limiti di spesa durante il periodo della campagna elettorale. Tale disciplina, rintracciabile nella sezione 72 dell’Act stesso, è estesa soltanto ad alcune fattispecie di consultazione elettorale, facendo ricadere sotto la voce di Campaign Expenditure – spese elettorali – non solo le spese elettorali dirette (cioè quella propaganda a favore di un partito o di un candidato), ma anche quelle relative alla cd. propaganda negativa nei confronti di un partito avversario.
I partiti politici registrati che hanno partecipato a quelle tipologie di elezioni menzionate nel testo stesso del PPER Act, sono obbligati a consegnare presso la Electoral Commission un rendiconto delle spese sostenute durante la campagna elettorale. Nello stesso Act viene definito il periodo di tempo sottoposto a controllo tramite la redazione del rendiconto – il così detto relevant campaign period, cioè i 365 giorni precedenti alla data fissata per le elezioni politiche generali – con una significativa differenza nella scadenza della consegna a seconda dell’ammontare della spesa affrontata dal partito.
Per evitare che le limitazioni imposte al finanziamento dei partiti possano essere aggirate, la sezione 73 del PPER Act introduce il concetto di notional expenditure, che consiste nella differenza tra il valore di mercato di un bene o di un servizio ed il valore effettivamente pagato da un partito. Non è raro, infatti, che un partito ottenga surrettiziamente dei vantaggi economici durante una campagna elettorale, grazie ad una riduzione dei costi di beni o servizi da parte di alcuni esercizi commerciali che siano sostenitori del partito. L’Act, oltre a prevedere l’obbligo di dichiarare tali vantaggi, dispone che nel caso in cui la differenza tra il valore di mercato e il prezzo effettivamente pagato superi il 10% del normale valore commerciale di quel particolare bene o servizio, venga rendicontato all’Electoral Commission. Stesso discorso vale per ogni notional expenditure che superi le 200£, che viene considerata a tutti gli effetti come una donazione al partito, alla quale si applicano perciò le regole previste dal PPER Act stesso, nella sua parte quarta.
All’interno dell’PPER Act vengono inoltre stabiliti i limiti delle spese elettorali, sia per quanto riguarda i partiti, sia per i singoli candidati, con dei tetti diversificati a seconda dei collegi. Un partito ha come tetto di spesa la somma di 30.000£ per ogni collegio in cui compete un proprio candidato, per un totale di 810.000£ per tutta l’Inghilterra; il limite per un singolo candidato è, invece, di 10650 £ più qualche pence per ogni collegio.
In ultima istanza, non sarebbe male fare una panoramica su ciò che concerne la propaganda politica attraverso i media.
Come sarà sicuramente noto ai più, la diffusione radio-televisiva britannica è controllata da due diversi enti: una Corporation, la BBC, e una Commission, la ITC (Indipendent Television Commission).
La ITC è un organo di controllo delle televisioni private del Regno Unito, e in seguito all’approvazione del Broadcasting Act del 1990, ha l’obbligo di verificare che i programmi diffusi dalle emittenti private sotto la sua giurisdizione garantiscano l’imparzialità dal punto di vista politico. Secondo quanto scritto nello stesso Broadcasting Act, all’osservanza dell’imparzialità politica da parte delle emittenti private è subordinata l’attribuzione della licenza di trasmissione. In questo senso, le televisioni subordinate all’ITC, sono sottoposte ad un obbligo legislativo di garantire una distribuzione equa dello spazio televisivo tra i vari partiti politici per la diffusione di annunci politici a scopo di propaganda.
D’altro canto, però, per la BBC non si sono previsti obblighi legislativamente vincolanti, anche se, essendo un servizio pubblico come da definizione del suo stesso statuto, è conseguentemente tenuta a mantenere una posizione politicamente imparziale, come espressamente scritto nella Royal Chart, del 1926.
La propaganda politica per mezzo televisivo può assumere due forme: i Party Election Broadcasts, che vengono diffusi solamente in periodo di campagna elettorale, e i Party Political Broadcasts, che al contrario sono trasmessi in ogni periodo dell’anno. Al contrario degli spazi pubblicitari a mezzo stampa, non è prevista la possibilità da parte dei partiti di acquistare tali spazi sulle televisioni, che vengono loro concessi a titolo gratuito seguendo determinati parametri.
Durante la campagna elettorale ad ogni partito può essere attribuito un massimo di cinque spazi pubblicitari, la cui attribuzione può variare in funzione del numero di seggi per i quali ogni partito compete e dalla forza politica dimostrata nella precedente competizione elettorale. Per quanto riguarda i partiti di recente formazione, o di dimensioni modeste che non hanno ottenuto alcuna vittoria nelle consultazioni precedenti, è comunque prevista l’attribuzione di uno spazio di cinque minuti nel caso in cui competano per almeno cinquanta seggi.
Questi spazi hanno una durata variabile dai 300 ai 600 secondi, ma spesso i partiti preferiscono rinunciare a parte del tempo disponibile utilizzando il minimo obbligatorio. Il materiale mandato in onda durante questi spazi è predisposto e curato dagli stessi partiti, ed assume una forma molto simile a quella dello spot pubblicitario (anche se non ne permuta la natura giuridica).
Al contrario di quanto è successo alla vigilia delle ultime Regionali in Italia – con un irrigidimento delle norme sulla cd. par condicio – all’interno dei programmi giornalistici non è vietata la presenza di candidati, ma è possibile soltanto nel momento in cui essa venga estesa a tutti i candidati: è sufficiente che uno di questi non intenda partecipare per far sì che gli altri candidati abbiano bisogno, in ogni caso, del suo consenso per poter apparire in tale programma.
Per quanto riguarda la diffusione di sondaggi – al contrario dell’Italia che ne vieta la diffusione nei quindici giorni immediatamente precedenti alle elezioni – non sono previste disposizioni di legge che ne limitino la trasmissione, eccezion fatta per alcune guidelines delle singole imprese del settore informativo e radiotelevisivo. La BBC, ad esempio, impone delle indicazioni abbastanza stringenti sulle modalità attraverso le quali i sondaggi, e in particolar modo quelli politici, devono essere presentati: bisogna indicare sempre, se possibile, le tecniche utilizzate per la rilevazione dei dati e la fonte, evitando di utilizzare i dati del sondaggio per creare una notizie a sé, e quindi senza attribuirgli, in maniera implicita, delle valenze che non hanno.
Fonti:
C. Fusaro, “La disciplina delle campagne elettorali nella prospettiva comparata: l’omaggio che il vizio rende alla virtù?”, in Quaderni dell’Osservatorio elettorale della Regione Toscana, n. 51, giugno 2004;
M. Volpi e M. Oliviero, “Sistemi elettorali e democrazie”, a cura di Giappichelli, 2007;
Electoral Commission (il testo del PPER ACT può essere trovato all’interno di questo sito).
Aprile 2010 nei sondaggi.
3 maggio 2010Quest’ultimo mese di campagna elettorale è stato, a dirla con un eufemismo, decisamente tormentato. Complici i tre dibattiti televisivi, i primi della storia britannica, tra i leader conservatore, laburista e liberaldemocratico; i sondaggi hanno registrato tumultuosi movimenti nell’elettorato d’oltremanica. Tra il primo ed il secondo è prepotentemente emersa la figura di Nick Clegg, fresco leader lib dem mentre nel terzo dibattito, a detta degli opinionisti, ha prevalso il conservatore Cameron. Sempre in difficoltà lo stanco Brown che, all’interno di una campagna difficile, è riuscito ad inserire anche qualche gaffe che gli ha fatto perdere ogni speranza di rimonta. L’esito del voto? Tutt’altro che scontato; come dimostrato nel post la bolla liberaldemocratica sembra sgonfiarsi, Clegg ha sì aumentato i consensi, ma l’ottima performance televisiva non sembra sufficiente per ottenere la premiership, Brown è in evidente difficoltà ma rimane in corsa attorno al 30% e Cameron conserva i favori dei pronostici ma all’interno di uno scenario di Hung Parliament.
Nel mese di aprile sulla pagina web Uk Polling Report sono stati pubblicati 75 sondaggi e la media mensile è la seguente: conservatori 35,8%; laburisti 28,47%; liberaldemocratici 25,52%; altri 10,21%. Tuttavia la partita non sembra chiusa anzi, i sondaggi sono tra loro estremamente difformi e, come scritto sul Il Sole 24 Ore di oggi, a decidere il tutto saranno gli elettori indecisi che sceglieranno per chi votare solamente nelle ore immediatamente a ridosso delle elezioni. Ad ulteriore certificazione del caos che regna nel mondo delle previsioni, il sito del The Times pubblica due scenari contrastanti dove, pur essendoci in entrambi una situazione di fortre ingovernabilità, in uno i conservatori vincerebbero le elezioni e mancherebbero la maggioranza assoluta per una dozzina di seggi; mentre nel secondo a spuntarla sarebbero i laburisti che otterrebbero circa 300 seggi. Insomma tante sono le ipotesi, ciò che invece è certo è che il tutto resterà aperto fino alla fine, che tutti e tre i candidati hanno, più o meno qualche chance di arrivare (o di restare) al n° 10 Downig Street e che forse, per la seconda volta nella storia, si dovrà far ricorso ad un governo di coalizione. Di sicuro, in caso di Hung Parliament, non si tornerà alle urne in autunno. La crisi economica, dalla quale la Gran Bretagna sembra timidamente uscire, non lo permette. L’opinione pubblica pretende che, ad urne chiuse, i leader si consultino e trovino un accordo su chi, tra Clegg; Brown e Cameron debba diventare Primo Ministro.
La bolla liberaldemocratica sembra sgonfiarsi.
26 aprile 2010La politica vive ormai di sondaggi, come non affidarsi a questi per testare gli umori dell’elettorato inglese a meno di due settimane dal voto? A qualche giorno di distanza dal secondo dibattito televisivo, finora il più equilibrato, sondaggisti e bookmakers registrano già una lieve flessione per l’outsider Nick Clegg. Il fenomeno mediatico che aveva decisamente sparigliato le carte nel primo dibattito tv sembra invece uscito ridimensionato dal secondo, tuttavia la partita resta ancora altamente incerta, complice il costante recupero dell’incumbent Gordon Brown. Ora i sondaggi, contrariamente a quanto avvenuto nei giorni successivi il primo confronto ( si veda il post Tra i due litiganti …), segnalano una situazione favorevole, seppur di poco, a David Cameron ed al partito conservatore.
| date | Con | Lab | LDem | Con Lead | |
| ComRes/Ind on Sun/S. Mirror | 24/4 | 34 | 28 | 29 | 5 |
| BPIX/Mail on Sunday | 24/4 | 34 | 26 | 30 | 4 |
| YouGov/Sunday Times | 24/4 | 35 | 27 | 28 | 7 |
| ICM/Sunday Telegraph | 23/4 | 35 | 26 | 31 | 4 |
| Ipsos-MORI/News of the World | 23/4 | 36 | 30 | 23 | 6 |
| Harris/Daily Mail | 23/4 | 34 | 26 | 29 | 5 |
| YouGov/Sun | 23/4 | 34 | 29 | 29 | 5 |
| media | - | 34.57 | 27.42 | 28.43 | 6.14 |
Sul fronte degli scommettitori la situazione è simile: i conservatori tornano ad essere i favoriti, seppur con la sola maggioranza relativa di voti e di seggi. La quota più bassa a cui sono indicati i Tory è infatti quella che li vede conquistare un numero inferiore ai 324 seggi ai Comuni e a mancare quindi di poco la maggioranza assoluta (1.5 contro 1); dello stesso avviso è il The Times. I laburisti dovrebbero conquistare invece tra i 200 ed i 224 seggi (3.65 a 1) mentre i liberaldemocratici otterrebbero più di 70 seggi (1.36 a 1). Le elezioni generali del 6 maggio costituiranno quindi un punto di svolta nella storia politica britannica del secondo dopoguerra. Le prossime elezioni, sulla scia di quelle degli ultimi anni, segneranno il definitivo passaggio da un sistema bipartitico (alle elezioni del 1945 conservatori e laburisti raccoglievano l’87,6% dei consensi) ad uno multipartitico imperniato su tre partiti principali ( che, messi assieme, rappresenterebbero il 90 – 95% dell’elettorato). Ciò comporterà notevoli deformazioni del solido modello Westminster, su tutte:
• Molto probabilmente, ad urne chiuse, non ci sarà alcuna maggioranza monocolore in grado di formare un governo. Ciò inevitabilmente comporta o il ritorno alle urne, come nel caso del 1974, o la formazione di un governo bipartitico retto dal partito che vincerà le elezioni e dai liberaldemocratici di Clegg. Non è da escludere a priori tuttavia la formazione, all’interno di questo particolarissimo contesto di crisi economica, di una Große Koalition tra i due partiti maggiori (conservatori e laburisti) sull’esempio tedesco dell’alleanza anomala tra Spd e Cdu/Csu.
• Il pegno da pagare ai liberaldemocratici per poter formare un governo sarà in ogni caso salatissimo: la riforma del sistema elettorale. Da maggioritario uninominale a turno unico, è quasi certo che si virerà verso qualche forma di sistema proporzionale, peraltro già adottato per le elezioni delle varie assemblee regionali e per le elezioni europee.
• Il cambio di sistema elettorale inciderà notevolmente su tutto il sistema perciò, come molti hanno già fatto notare, sarà necessario rivedere l’assetto costituzionale all’interno di una profonda revisione nell’attribuzione dei poteri.
In ogni caso, a cambiare non saranno soltanto il primo ministro ma, quasi certamente, si assisterà ad un rinnovamento dello spirito politico britannico che inciderà profondamente sulle istituzioni interne e sui rapporti con quelle comunitarie, dunque, a meno di clamorosi ed ulteriori colpi di scena, lo scenario prossimo venturo sembra già profondamente segnato.
La Battaglia per il voto delle donne
23 aprile 2010Lo stile presidenziale della campagna elettorale inglese ha messo in ombra le candidate donne all’interno del dibattito politico, focalizzandosi principalmente sulle mogli dei candidati come promotrici delle politiche dei loro mariti. L’informazione si è trasformata in infotainment e non sono mancate le occasioni per riportare le notizie più disparate riguardo alle consorti dei candidati.
Le candidate donne in tutti e tre i partiti di maggioranza sono state messe ai margini della campagna politica, a causa di una maggiore attenzione rivolta alle attività delle compagne dei leader, piuttosto che a quelle delle politiche di professione.
La personalizzazione della competizione, resa rilevante anche grazie allo strumento del dibattito televisivo, risulta più efficace laddove il candidato riesca a presentarsi come una persona comune ed entrare in sintonia con i suoi elettori. Egli, accompagnandosi alla sua consorte, presenta anche un modello femminile in rappresentanza della sua posizione riguardo al questioni legate al mondo delle donne e, in modo più ampio, alle tematiche relative alla famiglia.
I partiti di maggioranza vengono accusati di non rispondere adeguatamente alle necessità dell’elettorato femminile, e a queste accuse Harriet Harman, deputy leader del partito laburista, risponde sottolineando l’impegno del suo schieramento nel cooptare all’interno del parlamento molte più donne rispetto a quanto fatto dai suo principali partiti avversari:94 le parlamentari laburiste, contro le 18 dei conservatori e le appena 9 dei liberal democratici. La Herman sottolinea inoltre i successi raggiunti dal partito laburista in quanto a politiche femminili e di protezione della famiglia: stipendio minimo, assistenza nazionale all’infanzia e maggiori diritti per i genitori che lavorano a contratto part-time. Queste iniziative politiche, impensabili prima del 1997, sono il risultato di un notevole interesse da parte dei laburisti sia nei confronti delle donne come categoria sociale da emancipare, sia come legittime rappresentanti nella politica nazionale. Come si spiega quindi la disaffezione al partito evidenziata dall’elettorato femminile?
Sebbene nel 1997 la rappresentanza femminile in parlamento raddoppiò, questa tendenza si è decisamente fermata e ad oggi si registrano soltanto sei donne in più rispetto a 13 anni fa. Inoltre la Gran Bretagna occupa il 73mo posto nella classifica mondiale per le rappresentanti femminili all’interno della White Hall.
Le donne si sentono poco rappresentate dalla politica e coloro che – definendosi madri lavoratrici e casalinghe – si dichiarano elettrici indipendenti in venti anni (dal 1986 al 2006) sono triplicate, passando dall’8% al 24%
Da elettrici indipendenti, le donne inglesi non manifestano una libertà individuale di scelta esprimendo una fedeltà di partito leggera che le porterebbe a spostarsi, a seconda delle occasioni, in direzione di uno o dell’altro partito, ma piuttosto, esse decidono spesso di non recarsi alle urne, sentendosi completamente marginalizzate dalle politiche inglesi.
A questo elemento dovrebbero porre particolare attenzione coloro che organizzano le campagne elettorali dei partiti di maggioranza perché il numero di donne che richiedono maggiore attenzione a questioni come la casa e la famiglia, sono in notevole crescita e il loro voto potrebbe risultare determinante alle prossime elezioni.
Oltre a non presentare della rappresentanti di peso in parlamento, sia i laburisti che i conservatori non riescono neanche a soddisfare la richiesta di maggiore occupazione da parte delle cittadine lavoratrici che non nascondono le loro preoccupazioni nei confronti dei tagli alla spesa pubblica, ripetutamente annunciati da entrambi i partiti.
In conclusione, emerge come le donne inglesi non abbiano una precisa identificazione partitica che sottolineano la mancanza di un partito che si faccia interprete dei loro valori, dei loro obiettivi e delle loro idee.
Il partito che dovrebbe maggiormente preoccuparsi della fuga di massa delle donne tra le sue sostenitrici dovrebbe essere il partito laburista, che arrivò a registrare nel 1997 il 52% delle preferenze femminili, ma che oggi può contare solo su un 27% di sostenitrici.
Le donne cercano un progetto reale che le veda ottenere un ruolo paritario a quello dei loro colleghi uomini: stanche di un’impostazione rimasta a stampo patriarcale, sono consapevoli di poter contribuire adeguatamente allo sviluppo della nazione; sentendosi però trascurate, decidono di scegliere la via dell’astensione.
Tutti contro Nick. La dura corsa del favorito
23 aprile 2010Come era prevedibile, la scalata nei sondaggi compiuta da Nick Clegg dopo il primo dibattito televisivo del 15 aprile scorso, ha fatto spostare sul leader dei Lib Dems, non solo i riflettori dei media nazionali ed esteri, ma anche il mirino degli attacchi volti a screditare la sua immagine di politico onesto e fuori dai “giochi di potere”della cosiddetta “vecchia politica”. Infatti, l’altro ieri, la stampa conservatrice britannica si è lanciata in una accesa campagna contro Clegg, cercando di oscurare la sua immagine definendolo come «burocrate dell’Unione Europea, lobbista,corrotto». Secondo quanto apparso sul Daily Telegraph l’altro ieri, Clegg nel 2006 avrebbe ricevuto, ogni mese sul suo conto privato, delle donazioni di 250 sterline da parte di tre businessmen: Ian Wright, dirigente di una importante azienda produttrice di vini e birra chiamata Diageo, Neil Sherlock, capo delle pubbliche relazioni della KPMG, e Michael Young ex direttore di una miniera d’oro.
Ma il leader dei liberaldemocratici ha risposto a queste accuse sottolineato come questi fatti si siano svolti prima che egli fosse nominato a capo del partito (nomina avvenuta nel 2007), e che quella somma serviva per pagare lo stipendio di un membro del suo staff e non per spese personali. Ha dichiarato, inoltre, che dopo la sua nomina alla guida del partito, l’organizzazione delle donazioni è cambiata poiché tali somme sono versate direttamente ai Liberal Democrats. Solidarietà al proprio leader è stata espressa da tutto il partito, che, per bocca di un suo portavoce, ha definito «ogni accusa di illegalità assolutamente inaccettabile». Chris Huhne, portavoce dei Lib Dems per gli Affari Interni e avversario di Clegg per la corsa alla leadership del partito nel 2007, intervenendo alla trasmissione radiofonica “Today programme” su BBC Radio 4, ha definito il caso sollevato dalla stampa conservatrice come un «ridicolo fraintendimento» («a ridiculous misreading»), un vero e proprio “coniglio” tirato fuori dal cilindro di David Cameron per blindare la sua corsa al “numero 10” di Downing street. Questo scandalo sarebbe stato montato da Cameron perché Clegg in passato rifiutò di entrare nel suo partito quando era collaboratore dell’ex ministro dei tories, Leon Brittan (all’epoca commissario per i trasporti nella Commissione Europea), divenendo poi membro dei Lib Dems. Secondo Huhne, Clegg rifiutò un posto sicuro nella Camera dei Comuni per entrare in un «outsider’s party», perché quel piccolo partito rappresentava secondo lui la «vera possibilità di cambiamento per la politica britannica». Da parte dei Labour, il commento a questo “polverone” è stato affidato al ministro degli esteri David Miliband, che ha ribadito come Clegg, dopo il confronto televisivo della settimana scorsa, abbia intaccato la popolarità di Cameron, e come questi, ora, senta il bisogno di «metterlo fuori gioco» («Cameron […] needs to deliver a knockout to Nick Clegg»).
Oltre all’offensiva del Daily Telegraph, da registrare anche l’attacco rivolto da parte del Daily Mail all’ “homo novus della politica inglese”. Il giornale di Kensington ha accusato Clegg di aver rivolto uno «sberleffo nazista contro la Gran Bretagna» («a Nazi slur on Britain»), riprendendo un articolo del politico di Chalfont St. Giles apparso sul Guardian nel 2002, in cui questi affermava come la Gran Bretagna avesse un immotivato senso si superiorità dato dalle manie di grandezza e ossessione per la seconda guerra mondiale. A queste accuse il leader dei Lib Dems ha risposto ironicamente, riprendendo il sondaggio pubblicato dal Sunday Times che lo aveva paragonato a Churchill: «Voglio essere l’unico uomo politico che, in una settimana, è stato sia Churchill sia un nazista».
Al di là delle battute, Clegg ha risposto in seguito con fermezza a questi attacchi incrociati attaccando i Conservatori, definiti come «difensori dello status quo» nonché «contrari il cambiamento», e il cui obbiettivo sarebbe quello di gettare ombre sulla sua immagine con l’intento di spaventare i cittadini per dissuaderli dal votare i Lib Dems. Nonostante tutto, però, ha affermato di aver fiducia negli elettori britannici dicendosi sicuro che questi «scopriranno tutto questo per ciò che è, ovvero un progetto per impedire ogni prospettiva di cambiamento». Ora la palla passa agli elettori, dunque, i quali dovranno leggere e interpretare questi fatti, riuscendo a capire dove ci sia la verità e dove essa finisca. In realtà sembra che questi scandali non abbiano scalfito la popolarità di Clegg, come testimoniano sia i sondaggi, sia l’indice di gradimento (33% ) che questi ha ottenuto nel confronto con gli altri due candidati premier, andato in onda ieri sera su Sky news.
Se da un lato i Tories non risparmiano attacchi ai Lib Dems, dall’altro lato Brown cerca costantemente di trovare punti di contatto con il suo avversario Clegg. Come ha scritto oggi su Repubblica il giornalista Franceschini, «la frase ripetuta più volte da Brown nel primo dibattito, I agree with Nick (sono d’accordo con Nick), [è] già diventata una battuta da pub, stampata su migliaia di magliette […]». Questo indica come stia prendendo sempre più corpo la possibilità di un’alleanza di governo rosso-gialla tra New Labour e Liberal Democrats. Infatti, Brown potrebbe “pescare” proprio tra i probabili 110 seggi attribuiti ai Lib Dems i 70 necessari al primo ministro (che dovrebbe ottenere circa 256 seggi) per ottenere la maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni. Non ci resta che attendere lo sviluppo della campagna elettorale, entrata, ormai, nella sua fase più “calda” , come dimostra il nervosismo incontrollato di Cameron, i corteggiamenti di Brown e il “fuoco di fila” sull’outsider Nick Clegg.
I sondaggi politici in Gran Bretagna
19 aprile 2010Come sappiamo i sondaggi politici in Gran Bretagna rivestono un ruolo molto importante se non addirittura decisivo. Questo grazie alle tradizioni politiche e culturali inglesi, che hanno costituito un terreno favorevole per la crescita di numerosi sondaggi elettorali nel secondo dopoguerra fino al 1992. In quell’anno la previsione erronea della vittoria dei laburisti ha significato la perdita di fiducia negli istituti di sondaggio e l’inizio di una battaglia per restituire ad essi l’affidabilità persa.
Per capire meglio l’importanza degli istituti di sondaggi dobbiamo fare un passo indietro. Nel 1937 il gruppo Gallup avviò la tradizione dei sondaggi nell’intera Europa. Nelle prime elezioni britanniche del dopoguerra, la filiale britannica previde la vittoria dei laburisti, e nelle successive elezioni del 1950 confermò la validità delle proprie previsioni. Solo negli anni sessanta dopo la fondazione degli altri istituti di sondaggio (National Opinion Polls, Opinion Research Center poi Harris) si affermò un vero sistema di ricerche nel mercato politico.
Nel sistema politico britannico, i sondaggi influenzano due tipi di comportamento, quello elettorale e quello della classe politica. Riguardo al comportamento elettorale, i sondaggi hanno avuto un forte impatto nel favorire il successo di un partito tramite due effetti contrastanti. Per il primo, chiamato effetto bandwagon[1], gli elettori indecisi esposti ai risultati di un sondaggio tenderebbero a votare a favore del candidato da esso dato per vincente. Per il secondo, invece, conosciuto come effetto underdog[2], gli elettori votano per gli sfavoriti. La classe politica viene influenzata invece poiché i parlamentari britannici prestano grande attenzione ai sondaggi, ai quali attribuiscono una funzione di “barometro” sulle opinioni dell’elettorato. Un’altra funzione importante dei sondaggi è quella associata al timing della chiamata alle urne dato che, da almeno vent’anni, la scelta dipende in misura considerevole proprio dall’andamento dei sondaggi. Questi hanno altresì consentito di individuare nuovi temi come la riduzione delle tasse o la vendita delle case di proprietà delle autorità locali (campagna elettorale per la Thatcher nel 1979). Le campagne elettorali usano le informazioni provenienti dai sondaggi sulla popolarità dei leader e sulla percezione che l’elettorato mostra a proposito della capacità del partito di gestire i problemi più rilevanti al momento del voto.
L’errata previsione del 1992 segnò la crisi del mondo dei sondaggi. Infatti, fino a quella data l’errore medio di predizione era stato di 1,3 punti percentuali per partito; in quell’anno si arrivò a tre punti. Nel 1993 il British Polling Council introdusse nuove regole e, di fatto, bandì o limitò fortemente la diffusione di risultati di sondaggi pubblicati dalla stampa, fino a che gli istituti non avessero adottato nuovi e più affidabili standard metodologici. Market Research Society ha identificato i principali fattori alla base della disfatta del 1992: un mutamento dei risultati dell’ultima ora a favore dei conservatori; l’effetto “spirale del silenzio”, per cui le opinioni favorevoli al partito ritenuto vincente (in quel caso i laburisti) sono sovra-rappresentate nei sondaggi e quelle contrarie sono taciute dagli individui a causa di un clima di opinione percepito come ostile[3]; problemi di stratificazione del campione e di ponderazione dei dati legati alla richiesta, rivolta agli intervistati, di ricordare e indicare il comportamento tenuto nelle elezioni precedenti. Ma a questo riguardo, molti elettori tendono a ricordare l’ultimo voto, che non necessariamente è quello dato alle precedenti elezioni politiche.
Un altro problema è quello della costante sovrastima del voto ai laburisti. Questo potrebbe derivare o dalla “tradizionale” visione conservatrice per cui il voto è segreto e non va riferito neppure al sondaggista oppure, secondo altri analisti, dalla mancata considerazione della ” terza “via” liberaldemocratica.
Una delle discussioni più accese è nata dopo l’introduzione degli internet polls da parte di YouGov. Secondo questo istituto reclutando solo volontari si supera il problema del rifiuto dell’intervista e della deriva filolaburista. Rimangono tuttavia i problemi di selezione del campione, che in questo caso esclude la popolazione meno propensa all’uso del computer, ad esempio gli anziani.
Nel 2005 sono nati nuovi e tuttavia discussi metodi di sondaggio, i rolling polls – svolti nel corso di più giorni, con quote di intervistati che cambiano da un giorno all’altro[4]. Per gli analisti di Populus, l’ istituto di ricerca che per primo li ha utilizzati su “Times” nelle ultime due settimane della campagna elettorale del 2005, oltre al basso costo presentano il vantaggio di fornire dati interessanti sugli effetti della campagna elettorale per quanto riguarda i diversi temi messi in campo dai partiti, la popolarità dei leader e il cambiamento degli orientamenti in vista del voto.
In conclusione, la tradizione dei sondaggi politici in Gran Bretagna, nonostante un periodo di crisi esacerbato dal dibattito metodologico sulle tecniche con cui vengono svolti, non ha perso il suo smalto. Un nuovo codice di autoregolamentazione stilato nel 2004 che norma la diffusione dei risultati e l’aumentata attenzione dei mass media alle nuove tecniche di ricerca sono le migliori garanzie per continuare a produrre indagini serie e metodologicamente ineccepibili.
[1] Roberto Grandi, Cristian Vaccari, Elementi di comunicazione politica, Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza, Carocci, 2007, p. 39.
[2] Roberto Grandi, Cristian Vaccari, Elementi di comunicazione politica, Marketing elettorale e strumenti per la cittadinanza, Carocci, 2007, p. 40.
[3] I sondaggi politici nelle democrazie contemporanee a cura di Piergiorgio Corbetta e Giancarlo Gasperoni, Il Mulino, 2007, p. 144.
[4] I sondaggi politici nelle democrazie contemporanee a cura di Piergiorgio Corbetta e Giancarlo Gasperoni, Il Mulino, 2007, p. 141.